IDI - Febbraio 2008 - N° 459

29 February 2008

INDICE:

SONO STATO «EVANGELIZZATO DAI POVERI»: RAÚL VERA LÓPEZ

VIENE PREMIATA LA SUA DIFESA DEI DIRITTI UMANI

CITTÀ DEL MESSICO - Raúl Vera López, vescovo della diocesi di Saltillo, Coahuila, che si autodefinisce come evangelizzato dai poveri e non evangelizzatore dei poveri, afferma che i diritti umani in Messico versano in «uno stato deprimente, in una situazione delicata» a causa dell’abbandono della ricerca dello Stato di Diritto da parte dei responsabili di questo paese, che in modo vergognoso proteggono il crimine.

Nel momento di ricevere la medaglia al merito, che martedì 11 dicembre gli ha conferito la Rete Tutti i Diritti per Tutte e Tutti per il suo lavoro in difesa dei diritti umani, il Vescovo ha fatto un ampio resoconto della sua formazione, nel quale assicura che i Domenicani lo «strapparono da una visione borghese e apprese così la dimensione sociale e impegnata con la comunità». Così disse in un’intervista con Cimacnoticias.

Questo impegno istituzionale lo ha dimostrato con le donne rimaste vedove a causa dell’esplosione della miniera numero 8, in piazza Pasta de Conchos, che – afferma – ricevono un trattamento umiliante, inoltre la perizia della Segreteria del Lavoro ha mostrato che i metodi di costruzione dei tunnel corrispondono a tecniche utilizzate 200 anni fa. Il risultato: la morte di 65 minatori.

Un secondo caso: la situazione che costò la vita di 22 lavoratori nella Piattaforma Usumacinta dei Petroli Messicani (Pemex), dove i lavoratori di imprese private assunti dall’impresa parastatale volevano unirsi in sindacato al fine di migliorare le loro condizioni lavorative già dal 2005, associazione che l’impresa non ha permesso.

E, infine, Lydia Cacho e la risoluzione della Corte messicana, in cui non solo si violano i diritti della giornalista, ma anche «si aprono le porte alle catene di prostituzione e turismo sessuale di bambine e bambini», sotto la protezione di un politico o di un partito politico.

Fatti che rivelano una permanente violazione dei diritti umani, ingiustizia sociale e impunità, che hanno altri conseguenze, come disse Merril Lynch, una delle maggiori imprese finanziarie del mondo ad arrivare in Messico e in Taiwan, che non sono nelle preferenze degli investitori, denuncia il vescovo di Saltillo.

DALL’INGEGNERIA AL SACERDOZIO

Ingegnere chimico per l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM), dove visse il movimento del ’68 come studente universitario, Raúl Vera López scambiò la possibilità di essere un uomo ricco, un borghese, con la solidarietà e la lotta per i più diseredati, nel momento in cui divenne sacerdote nell’Ordine dei Domenicani il 29 luglio 1975, anche se era frate già dal 1968.

«Ho avuto la sorte di vivere vicino a tutto ciò che si respirava dentro il movimento universitario, la ricerca del cambiamento nel paese, dove si avvertiva un rarefarsi nella vita nazionale», dice Vera López, che il prossimo 6 gennaio compirà 20 anni di consacrazione episcopale, essendo stato designato da papa Paolo VI e ordinato da Giovanni Paolo II nel 1988.

Così cominciò ad impegnarsi per i più poveri. Prima a Guerrero (Chiapas) e ora a Coahuila, non senza prima passare per altre comunità del paese che lo evangelizzarono, come dice che gli accadde nel suo lavoro come formatore dei novizi in una comunità campesina nello Stato del Messico.

Istruito nella dottrina di san Tommaso d’Aquino, che si basa su principi che garantiscono le strutture umane della società, fu per lui «normale» che la Chiesa si facesse presente in questioni roventi che affliggono la vita sociale e che hanno a che vedere con la promozione umana, dice, mentre ricorda l’enciclica di Paolo VI, «l’uomo del dialogo con la cultura contemporanea».

Paolo VI mette in relazione l’annuncio del Vangelo con il lavoro pastorale della Chiesa, integrando non in maniera artificiale ma in modo articolato la promozione umana e della giustizia, sottolinea Vera López, il quale afferma che la Chiesa «non può continuare a evangelizzare le persone e rimanere estranea alle condizioni storiche che la stanno interessando... la Chiesa deve riparare e ristabilire la giustizia dove questa non c’è».

L’unico vescovo frate domenicano che c’è in Messico sostiene inoltre che se la Chiesa non realizza la trasformazione della persona e se questa persona non trasforma il suo ambiente sociale, l’evangelizzazione sarà fragile.

UNA CASA DI SPERANZA

Come vescovo di una delle zone più povere di Guerrero, il frate Vera fondò il centro sociale Mons. Juan Navarro Ramírez, poiché comprendeva che servire la Chiesa non è soltanto parlare «ma dare una casa alla speranza» e fu da qui che comprese la necessità di organizzare la difesa dei Diritti Umani, un lavoro che dura perciò da molti anni.

Alla Chiesa, spiega, non compete prendere posizione politiche, ma senza dubbio la sua azione pastorale comprende la formazione alla dimensione politica di coloro che si devono impegnare in questo campo, dando loro dei valori trascendenti la vita umana, al contrario dell’organizzazione politica che è distruttiva e va contro l’essenza della politica che è il bene della comunità.

Il vescovo Vera, che è stato minacciato per il suo lavoro, sostiene che il governo federale annuncia che sta impegnandosi per la lotta al narcotraffico, ma in realtà «ciò che accade è che lo Stato di Diritto è stato messo da parte».

Nessuno ha chiamato a giudizio gli as-sassini, quelli che rubano il denaro e loro stessi hanno detto che il narcotraffico si è infiltrato nelle strutture politiche, per questo chiedo: quanti politici ci sono in Messico, che hanno raggiunto il potere grazie ai soldi del narcotraffico e che ora stanno ricambiando i favori che hanno ricevuto?

In modo vergognoso si protegge il crimine in questo paese, continua il Vescovo, che afferma che questa situazione è il risultato dell’ambizione smisurata di potere e di denaro dei gruppi che calpestano la giustizia.

E’ un segno della mancanza di maturità politica di coloro che oggi governano il paese, una mancanza di articolazione etica e di valori, di coloro che credono di lasciare il paese indifeso, sostiene il Vescovo onorato oggi presso la Casa Lamm.

Riconoscimento che va a un uomo riconosciuto dalla gente che desidera una società diversa, che nei momenti in cui soffre frustrazione per la sua difesa dei Diritti Umani lo ricorda quando camminava nelle comunità del Chiapas e un numeroso gruppo di donne, senza dirgli niente, lo attorniò e lo nascose mentre stava passando un picchetto militare.

«Io la vedo così, vogliamo che tu sappia che non sei solo, prima di ogni altra cosa sento che siamo molti a volere una società differente», dice.

NIENTE SU ROMA

Riguardo la denuncia che è stata sporta contro di lui diverse settimane fa davanti alla Santa Sede, da parte del giudice Hiradier Huerta Rodríguez, il quale sarebbe responsabile della sentenza contro tre dei 12 militari accusati di violenza alle donne nella zona di tolleranza del municipio di Castaños, Vera López dice che ufficialmente egli non sa nulla, pertanto non si ritiene interrogato e preferisce non «toccare questo punto».

Di Soledad Jarquín Edgar

11 dicembre 2007 CIMAC

ORIGINALE: SPAGNOLO

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FRA HENRI MINACCIATO DI MORTE

Henri Burin des Roziers, frate domenicano francese che vive a Xinguara, nello Stato del Parà, nel nord del Brasile, è stato minacciato di morte da tre sicari a pagamento, per il suo impegno presso i contadini senza terra e contro il lavoro in schiavitù.

L’avevamo lasciato nel luglio del 2004, su una strada del Pará, in piena Amazzonia. Henri Burin des Roziers, domenicano, avvocato dei senza terra, che tiene testa ai fazendeiros, questi grandi proprietari terrieri onnipotenti, ha fatto scoprire ai nostri inviati speciali un altro Brasile. Fratello degli schiavi, avevamo intitolato un nostro articolo su di lui il 1° luglio 2004 (La Vie n° 3070). Egli aveva brontolato un po’, perché sebbene desiderasse far conoscere la situazione dei contadini senza terra, d’altra parte non voleva mettersi in mostra. Il nostro articolo è stato poi seguito da numerosi altri reportage lungo tutta l’estate sulla realtà del lavoro in schiavitù nella vasta Amazzonia. Abbiamo scoperto in qualche modo la faccia nascosta di questo paese emergente, che dissoda la sua foresta con tutta la forza delle braccia. Con delle conseguenze sociali ed ecologiche drammatiche.

Lui, che oggi è di nuovo minacciato di morte, tentava allora di convincere alcuni giovani contadini di non occupare con le armi la terra di un ricco fazendeiro. «Io dico di farlo senza armi, spiegava fra Henri, perché, quando sarete arrestati dalla polizia e quando verrò a difendervi davanti al tribunale, ebbene, farò meno fatica a provare che voi non siete dei banditi pericolosi!» E’ proprio così, fra Henri: totalmente impegnato accanto ai più poveri, profondamente non violento, e in grande coerenza con il messaggio liberatore del Vangelo. E’ forse per questo che, a 78 anni, egli è ancora pericoloso...

Olivier Nouaillas

DISCORSI RACCOLTI LUNEDI 3 DICEMBRE 2007 DA JEAN-CLAUDE GEREZ, NOSTRO CORRISPONDENTE IN BRASILE

La Vie: Come ha saputo di essere stato minacciato di morte da tre sicari?
Fra Henri. Il 18 ottobre, da uno dei due poliziotti militari che assicurano la mia protezione. Secondo una fonte vicina a quest’ultimo, che ha voluto restare anonimo per ragioni di sicurezza, tre uomini sono stati assoldati per assassinarmi. La mia testa avrebbe un valore di 50.000 reais (circa 20.000 €). La polizia militare mi ha chiesto di mantenere questa informazione segreta, per poter indagare meglio. Ma dopo un mese di ricerche senza successo, ha deciso di rendere pubbliche queste minacce.

Non è la prima volta che lei viene minacciato...
F. H.
Sono stato minacciato di morte molto spesso nel corso di questi ultimi anni, specialmente tramite lettere anonime o telefonate in piena notte. Ma certo queste pressioni erano puntuali, piuttosto vaghe, e io non avevo mai dato loro molta importanza. Dopo la morte di sr. Dorothy Stang, nel 2005, la polizia, per ordine del governo federale, mi aveva imposto la presenza di una guardia del corpo, 24 ore su 24. Ma poiché non mi era stata fatta alcuna minaccia in questi ultimi due anni, volevo venire sollevato da questa protezione così stretta.

Perché, questa volta, attribuisce più importanza a queste informazioni?
F.H.
Per un insieme di cose: la fonte, le persone che hanno fatto da tramite, i dettagli comunicati... Tutti questi elementi permettono di dire che la cosa è seria. Anche l’ammontare della taglia. Tre anni fa la mia testa valeva 200.000 reais. Adesso « soltanto » 50.000. Questa somma è diventata «ragionevole ». Dunque pagabile. Ciò che ancora mi inquieta, è che queste minacce riguardano indirettamente il poliziotto che mi ha riferito l’informazione. E’ un uomo sposato e padre di tre bambini.

Chi può volere la sua morte?
F.H.
Il lavoro che ho compiuto nella Commissione Pastorale della Terra (CPT) per difendere i diritti dei senza-terra, lottare contro il lavoro in schiavitù, denunciare l’impunità e i comportamenti arbitrari della poli-zia, dà fastidio a molta gente. E’ difficile, in queste condizioni, precisare chi possa volere la mia morte.

Come si vive in un tale clima di violenza?
F. H.
Ogni giorno, le pagine di cronaca dei giornali parlano di attacchi a mano armata, di racket, di rapimenti... Il clima di insicurezza è tale che la gente costruisce le proprie case cominciando dal muro di cinta. Rischiare di essere assassinato è un po’ preoccupante. Ma ci si abitua. Nel 2007 solo nello stato di Pará, non meno di 118 persone sono state minacciate di morte, di cui due vescovi. E solo dieci persone sono sotto protezione. Mi riferisco soprattutto agli uomini e alle donne, religiosi e religiose, operatori sociali, sindacalisti o semplici contadini che sono senza protezione. Detto fra noi, io sono un privilegiato.

Questa lotta a fianco dei più sfortu-nati giustifica il mettere la sua vita in pericolo?
F.H.
L’essenziale non è la mia persona, ma la causa che io difendo. Cioè il diritto alla terra, a una vita degna per i contadini senza-terra e a un società solidale. Una causa giusta che, nel raccomandare un’economia più ugualitaria mediante l’acces-so alla piccola proprietà, difende la natura, specialmente davanti ai rischi delle monoculture che distruggono l’ambiente e arricchiscono un pugno di grandi proprietari. Questa lotta cozza contro gli interessi di qualche gruppo importante. E’ un rischio, ma io non vi rinuncerei per niente al mondo.

Ha delle possibilità di vincere questa lotta?
F.H.
Sia che ci troviamo sui terreni, sia davanti ai tribunali, nel rendere pubbliche le azioni che conduciamo, ci battiamo ogni giorno davanti ai grandi proprietari e le imprese multinazionali, il cui solo scopo è quello di ammassare enormi ricchezze a spese dei singoli e della difesa della natura. A questo titolo bisogna assolutamente ricordare che lo sviluppo degli agrocarburanti, presentato in Europa come un mezzo per salvaguardare l’ambiente rappresenta un grande pericolo per l’intera umanità. Perché, contrariamente a ciò che si dice, la foresta amazzonica continua ad essere distrutta ogni giorno per permettere l’estensione delle monoculture destinate alla fabbricazione di questi biocarburanti. Il nostro compito è certo difficile, tenendo conto che i nostri mezzi sono sempre più modesti.

Ha paura?
F.H.
In fondo io sono convinto che non mi capiterà niente di male. Se fossi sposato e padre di famiglia avrei senza dubbio un altro stato d’animo. Ma io ho giustamente scelto il celibato per portare a compimento, e in tutta libertà, il compito che mi sono prefissato. E poi, a 78 anni, si sa che la morte è nell’ordine delle cose. E ciò che più conta è che la lotta che io conduco da tanti anni corrisponde ai miei occhi esattamente al ruolo della Chiesa e dell’Ordine dei Domenicani al quale appartengo. Io mi sento dunque in coerenza con il Cristo e sento che, giorno dopo giorno, sto lavorando per la difesa dei giusti valori contenuti nel Vangelo.

LA VIE, 6 dicembre 2007, LE MONDE IN MARCHE, p 42

ORIGINALE: FRANCESE

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SOSTEGNO AI FRATELLI RAUL VERA ED HENRI ROZIERS

COSTA RICA - In comunione con i nostri fratelli fra Raúl Vera e fra Henri Roziers nel loro impegno evangelico con i poveri della nostra America Latina.

Noi, i frati studenti e formatori domenicani della Provincia di San Vincenzo Ferrer in Centroamerica, coscienti delle condizioni di ingiustizia in cui vivono i nostri popoli latino-americani e le conseguenze dell’annuncio della Buona Notizia ai poveri e della denuncia delle strutture di dominazione e impunità; dichiariamo:

Che nella nostra America Latina ogni giorno aumenta l’esclusione compiuta da parte di un sistema economico che vede l’essere umano non nella sua dignità, ma come oggetto di produzione e consumo. E le politiche di stato non si impegnano a creare condizioni degne di vita per i loro cittadini, ma anzi favoriscono l’arricchimento immorale di pochi per mezzo dello sfruttamento della maggior parte della popolazione.

Raúl, per la sua denuncia dell’impunità in Messico, ed Henri, per il suo lavoro nella Pastorale della Terra in Brasile, sono stati chiamati traditori da questa struttura di esclusione. Senza dubbio «Non misero a tacere anche Gesù con il sospetto di tradimento? Non arrivò fino a questo punto il suo amore? Non fu crocifisso come traditore con delle motivazioni apparentemente plausibili? Non devono per questo anche i cristiani essere disposti, se vogliono rimanere fedeli a Cristo, essere considerati come traditori della religione borghese? Sí, nel suo amore, al quale alla fine tutto è stato strappato... in esso era presente qualcosa di più che un’espressione della sua obbedienza. Non doveva anche l’amore cristiano nella sequela di Cristo giungere un’altra volta fino a questa obbedienza?» [1].

Respingiamo le minacce di morte che entrambi hanno ricevuto in diversi momenti, a causa del loro impegno. Costatiamo così che la loro predicazione in opere e parole scopre l’ipocrisia e i timori dei distruttori dei sogni di Dio nella storia dell’America Latina.

Per questo affermiamo il nostro sostegno incondizionato al lavoro dei nostri fratelli in difesa dei diritti umani, degli esclusi e dei dimenticati. Appoggiamo la loro ricerca di risvegliare nel popolo la forza del Regno di Dio, che distrugga le strutture di oppressione e sparga i semi di questo «altro mondo possibile».

Come fratelli di vita e missione, facciamo eco alle parole che la madre dei sette fratelli Maccabei disse all’ultimo dei suoi figli martirizzati per essere fedeli a questo Dio della vita: «Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. Non temere questo carnefice ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia».[2]

Questo impegno fino alla morte è quello che ci spinge a renderci solidali con loro in questo impegno valoroso e disinteressato. Grazie per la loro vita, per essere testimoni del Regno.

Fraternamente;

Fra José Carlos Fernández, Fra Guillermo Chávez, Fra Carlos Cáceres, Fra Carlos Flores, Fra Rafael Vásquez, Fra Ricardo Villalta, Fra Pablo Solano, Fra Irving Ríos, Fra Carlos González, Fra Daniel Márquez, Fra Fernando Vallejos, Fra Carlos Aldana, Fra Jorge Soza, Fra Santos González, Fra Mauricio Macal
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[1] Baptist J., Más allá de la religión burguesa, Ediciones Sígueme, Salamanca 1982, p. 23.
[2] 2 Mac 7, 27b-29.

ORIGINALE: SPAGNOLO

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UN DOMENICANO TRA SCIENZIA E FEDE

ITALIA - È morto a centouno anni padre Enrico di Rovasenda dal 1976 al 1992 assistente dei laureati cattolici.

Due motti tipici della spiritualità dome-nicana sembrano disegnare la tonalità interiore e riassumere lo stile di vita, l’atteggiamento e l’impegno apostolico di padre di Rovasenda: Contemplata aliis tradere, comunicare agli altri le proprie esperienze di contemplazione; suaviter in modo, fortiter in re, agire con delicata gentilezza nei modi, ma con fermezza nelle decisioni.

Sabato 15 dicembre è morto - all’età di 101 anni - padre Enrico di Rovasenda, per decenni punto di riferimento culturale dei cattolici italiani alla ricerca di una identità postconciliare nel difficile equilibrio tra la tradizione e i nuovi orizzonti ecclesiali. Un equilibrio complesso e dinamico che la profonda e sapienziale cultura teologica e l’ampia esperienza civile di padre di Rovasenda ha delineato con i suoi innumerevoli interventi.

Era nato a Torino in una antica famiglia piemontese, i marchesi di Rovasenda, che in secoli passati avevano conteso territori feudali con i Savoia. Al futuro padre Enrico di Rovasenda fu dato al battesimo il nome di Baldovino.

Laureatosi in ingegneria partecipò in comunioni di ideali e di opere con Piergiorgio Frassati all’attività della Federazione Universitaria Cattolica Italiana torinese e all’impegno sociale che accompagnava la formazione interiore. La sua ricerca si concluse con la consacrazione alla vita religiosa nell’ordine dei domenicani. Dagli studi scientifici e tecnici passò quindi a quelli teologici a Roma e a quelli filosofici a Parigi. Ne consegui un fecondo ripensamento della cultura cristiana alla luce del pensiero di san Tommaso, studiato nelle fonti e in confronto con le originali interpretazioni di Jacques Maritain. Una mediazione che padre di Rovasenda ha continuato a proporre di fronte alle rapide trasformazioni sociali e politiche in corso. Basti pensare al volume Una cultura orientata nella fede (Roma, A.V.E., 1987) che raccoglie i numerosi interventi del Padre di Rovasenda sulla rivista «Coscienza», organo del Movimento Ecclesiale degli intellettuali Cattolici. La raccolta comprende gli interventi dal 1949 al 1985. Padre di Rovasenda fu in quegli anni assistente ecclesiastico del movimento. Attraverso questi saggi si può ricostruire la sua costante presenza nella storia della Chiesa italiana, nel dibattito del laicato cattolico e nelle stesse vicende etico-politiche italiane in anni particolarmente significativi per comprendere la nostra vicenda storica- Enrico di Rovasenda in queste pagine ci appare come un testimone rigoroso e prudente e un vero maestro di vita, puntuale espressione di quel motto domenicano citato sopra: suaviter in modo, fortiter in re.

Padre Enrico di Rovasenda ha recato anche alla Chiesa universale un rilevante contributo come Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, alla cui storia dedicò anche un saggio sulle sue origini, sol suo antefatto ossia sulle figure di Federico Cesi e l’Accademia dei Lincei, a cui l’Accademia Pontificia si riconnette fino alla seconda metà dell’Ottocento. È opportuno notare che il primo inizio dell’Accademia dei Lincei avvenne la sera di Natale del 1603 nella basilica di San Giovanni in Laterano, ove si erano riuniti il giovane Federico Cesi e i suoi primi compagni.

Padre di Rovasenda portò nell’Accademia Pontificia delle Scienze la sua aristocratica presenza, l’apporto della mentalità scientifica acquisita negli anni universitari e soprattutto collaborò in prima persona alla Commissione per la revisione del processo a Galileo Galilei, istituita da Giovanni Paolo II in accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

Padre di Rovasenda fu il segretario di quella Commissione che riabilitò Galileo, annullando con decreto del 31 ottobre 1992 la condanna del Santo Uffizio risalente al 27 giugno 1637.

Padre Enrico diede un prezioso contributo ai lavori della commissione e al suo coordinamento e collaborò, e non solo in quella occasione, all’audace programma di Giovanni Paolo II di una «purificazione della memoria». Egli fu, in ogni aspetto della sua poliedrica attività sempre inspirato con purezza di intenzione e con totale coin-volgimento a quella veritas come umile frate dell’ordine mendicante dei predicatori. Sull’esempio di san Domenico aveva assunto come tema di contemplazione e come criterio del suo impegno intra mundanas varietates, tra le più disparate situazioni di vita.

Un esempio dell’accennata poliedricità è il conferimento da parte dell’Università di Genova della laurea honoris causa in architettura, motivata dal lavoro di restauro - da lui stesso progettato - del convento domenicano in cui era tornato ad abitare nell’ultimo periodo della sua vita.

Padre Enrico di Rovasenda ci ha lasciato, ma la sua testimonianza e i criteri interni alle sue valutazioni spirituali, teologiche ed etico-sociale rimangono in termine di fecondo confronto nell’impegno del laicato cattolico, nella vita della Chiesa e nella costruzione di una società inscritta nell’ampio spazio del messaggio cristiano.

Osservatore Romano 17-18 dicembre 2007, p. 5

Armando Rigobello

ORIGINALE: ITALIANO

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MESSAGGIO PER I GIOVANI DEL CILE

SANTA SABINA - Mosso da profondo affetto saluto tutti voi, cari giovani che partecipate all’incontro continentale dei giovani domenicani, che si celebra in questa città di Santiago del Cile. Voglio mandarvi la mia parola di incoraggiamento e speranza.

Desidero che questo incontro sia una nuova occasione per accrescere la vostra fede in Gesù, Nostro Signore; per dare testimonianza della vostra esperienza religiosa nei vostri ambienti, la famiglia, il lavoro, la scuola e l’università, cioè nella società di cui fate parte e che dovete illuminare anche con criteri evangelici, dato che, per colui che crede, la fede oltre ad essere la ferma adesione ad alcune verità stabilite nello spazio e nel tempo, è anche la piena identificazione con la persona e il messaggio sempre attuale del Signore.

L’Ordine come tutta la Chiesa, attraverso la sua storia è stato ed è, o dovrebbe essere un segno, un seme costante di speranza. Legata a questa profonda esperienza, la famiglia domenicana vuole dare ragione della sua fede e della sua speranza a tutti gli uomini e le donne. Questo è il motivo che vi ha spinto a riunirvi per approfondire le radici della nostra fede. E’ importante che lungo questi giorni vi proponiate, così come durante tutta la vita, di scoprire il vero volto di Cristo, dato che, come scrive san Paolo, voi siete di Cristo, come Cristo è di Dio (cf. 1Cor 3,23)

San Domenico cercò di raggiungere questo obiettivo in un modo particolare, ispirato dallo Spirito. Questo è il carisma dell’Ordine, espresso nei quattro pilastri fondamentali che definiscono la sua identità: vita comune, preghiera studio e vita apostolica – così come lo sintetizza magnificamente il testo della Costituzione Fondamentale dell’Ordine che animerà le riflessioni di questo vostro Incontro: «Perché si realizzi in noi la perfezione dell’amore di Dio e del prossimo... veniamo consacrati in una maniera nuova, messi a totale disposizione della Chiesa universale, completamente impegnati ad annunciare la Parola di Dio in tutte le sue forme. Partecipi della missione degli Apostoli, ne seguiamo anche la vita nella forma concepita da san Domenico, vivendo la vita comune con un cuore e un’anima sola, fedeli nell’osservanza dei consigli evangelici, fervorosi nella celebrazione comune della liturgia, specialmente dell’Eucarestia e dell’ufficio divino, e nell’orazione privata, assidui nello studio, perseveranti nell’osservanza regolare. Tutte queste note caratteristiche della nostra vita non solo contribuiscono alla gloria di Dio e alla nostra santificazione, ma servono anche direttamente alla salvezza degli uomini, in quanto tutte insieme ci preparano e stimolano alla predicazione, a cui danno, e dalla quale a loro volta ricevono, vigore di vita. Da questi diversi elementi saldamente connessi tra loro, armonicamente contemperati e che in mutuo rapporto si fecondano a vicenda, è costituita la vita propria dell’Ordine, cioè la vita apostolica nel suo significato integrale, in cui la predicazione e l’insegnamento devono sgorgare dall’abbondanza della contemplazione» (Cf. Libro delle Costituzioni dell’Ordine nn. III - IV).

Come giovani, in questa tappa fondamentale della vostra vita, manifestate il desiderio di volere un mondo migliore spiritualmente e materialmente. Per questo, nel corso della storia, i giovani sono coloro che sempre hanno sognato la creazione di un mondo più giusto, più fraterno, più tollerante, più solidale e più abitabile.

Cari fratelli e sorelle, nello sforzo per la costruzione di un mondo migliore, potete sperimentare a volte alcuni sentimenti misti a disillusione e frustrazione davanti alle difficoltà che si compia rapidamente un rinnovamento sociale, politico, culturale e perfino religioso, desiderato con tanta passione. Questo può condurvi a vivere nei limiti del timore e della speranza. Davanti a una simile situazione, è di vitale importanza trovare delle ragioni ferme che vi permettano di vivere, credere, sperare e amare pienamente.

In questi momenti decisivi della vostra vita, vi invito ad avvicinarvi all’Ordine, sempre giovane nei suoi quasi 800 anni di esistenza, che vuole presentarvi come ha fatto san Domenico, Cristo come compagno e amico di tutti voi. Cristo deve essere per ognuno la ragione di vita: non abbiate paura di Cristo; abbracciatelo; abbandonatevi a Lui con generosità; che Lui occupi il centro della vostra vita; perché Cristo è la speranza davanti all’angoscia del mondo che ci attornia. Pertanto, il vostro motto deve essere lo stesso che Paolo indicò ai Corinti: non vivete per voi stessi ma per Cristo (cf. 2 Cor 5,15). Così la vostra vita avrà senso pieno.

Però, per raggiungere questa esperienza, è necessario che seguiate la figura di Gesù così come è e come la Chiesa proclama attraverso la nuova evangelizzazione.

Dalla vostra infanzia avete imparato nelle vostre famiglie ad amare Gesù come il Figlio di Dio, il quale, nella pienezza dei tempi, ha assunto la condizione umana, facendosi uomo come noi in tutto, eccetto nel peccato. E’ venuto nel mondo per annunciare la Buona Novella di salvezza. La sua vita fu una piena sottomissione alla volontà di Dio Padre. Fu come voi, giovane; e si sforzò come dovete farlo anche voi, per dare il meglio a tutti gli uomini. Attraverso la sua azione evangelizzatrice seminò le basi di un mondo più spirituale e al tempo stesso più umano. Sentì la paura e l’angoscia nella propria carne davanti all’imminenza della morte. E, senza dubbio, si abbandonò con fiducia nelle braccia del Padre. Con la sua morte sulla croce divenne il Salvatore degli uomini, e con la sua resurrezione instaurò la «nuova creazione». Questo è Cristo: il Messia, il Signore.

Forse molti di voi, nell’ascoltare queste parole, si chiederanno: Che cosa devo fare? La risposta è chiara. Il vostro compito deve consistere nel dare testimonianza di Cristo davanti agli altri: agli affamati e assetati di Dio, dando loro il messaggio confortante del Figlio di Dio; a quanti hanno perso la luce della fede, far vedere loro che Cristo è la luce del mondo; a quanti cercano un motivo di speranza per sopravvivere, far loro comprendere che Cristo è in loro, nell’intimità del loro cuore; a coloro che non praticano, a coloro che non credono, a coloro che sono indifferenti a quanti passano al vostro fianco, dire che è possibile avere fede e vivere il dovere quotidiano. Non dimenticate che per vostro mezzo, il Figlio dell’uomo torna a cercare e a salvare coloro che sono perduti o che si sono allontanati.

Però la «speranza di una nuova terra - come insegna il Concilio Vaticano II – non deve indebolire, ma piuttosto ravvivare, la preoccupazione per migliorare questo mondo, in cui cresce il corpo di una nuova umanità» (Gaudium et spes, 39).

In Cristo cercate perciò di escludere ogni forma di risentimento e odio, di violenza o vendetta. Si costruisce una società giusta, pacifica e stabile solo attraverso la partecipazione attiva di tutti i suoi membri e sopprimendo qualunque tipo di discriminazione. Questo chiede fiducia nell’altro. Questa è la missione che vi aspetta. «Solo Cristo può riempire le aspirazioni più intime del cuore dell’uomo; solo Lui è capace di umanizzarlo e condurlo alla sua «divinizzazione». Con la forza del suo Spirito, Egli infonde in noi la sua grazia, che ci rende capaci di amare il prossimo e pronti a metterci al suo servizio. Egli illumina, rivelando Cristo crocifisso e risorto, e ci indica il cammino per renderci più simili a Lui. Possiamo essere testimoni di Cristo solo se ci lasciamo guidare dallo Spirito che è il protagonista principale dell’evangelizzazione. Come hanno ripetuto tante volte Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, annunciare il Vangelo e testimoniare la fede oggi è più necessario che mai. Dodici Apostoli, già da duemila anni, hanno dato la vita perché Cristo fosse conosciuto e amato. Da allora il Vangelo continua a diffondersi attraverso i tempi grazie a uomini e donne animati dallo stesso fervore missionario. Pertanto, anche oggi si ha bisogno di discepoli di Cristo che non risparmiano tempo né energia per servire il Vangelo. Si ha bisogno di giovani che lascino ardere dentro di sé l’amore di Dio e rispondano generosamente alla sua insistente chiamata».

Nel terminare questo messaggio voglio raccomandarvi in modo speciale alla Vergine Maria, così come viene chiamata in ognuno dei vostri paesi. Vi incoraggio a mantenere sempre vivo l’affetto e la devozione alla Madre di Gesù. Lei è la donna forte che sperimentò lungo la sua vita la povertà, la sofferenza, la fuga, e l’esilio (cf. Mt 2,13-23), come molti dei nostri fratelli e sorelle americani. E’ necessario perciò guardare sempre con speranza a Maria, Madre anche nostra e della Chiesa. Che Lei, la Stella della Nuova Evangelizzazione, vi aiuti a rendere vero il compito di suo Figlio: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio» (Gv 17,3).


Con tutto il mio affetto alla gioventù domenicana del continente latinoamericano, vi benedico nel Nostro Signore, la Madonna del Rosario e san Domenico nostro padre.

Fra Carlos A. Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine

ORGINALE: SPAGNOLO

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NUOVO PROMOTORE GENERALE PER LE MONACHE

L’8 gennaio 2008, fra Carlos A. Azpiroz Costa OP, Maestro dell’Ordine, ha nominato fra Brian Joseph Pierce OP, della provincia di San Martino de Porres negli USA, Promotore Generale per le Monache per i prossimi sei anni (LCO 431 II).

Fra Brian è nato negli USA il 26 aprile 1960, ha fatto la sua prima professione nell’Ordine il 13 agosto 1983, ed è stato ordinato sacerdote il 26 Novembre 1988. Prima di essere chiamato a Santa Sabina era Promotore della Famiglia Domenicana per l’America Latina e Caraibi e lavorava in Perù.

ORIGINALE: INGLESE

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ASSEMBLEA DELLA FAMIGLIA DOMENICANA IN AFRICA ORIENTALE

KENYA - La 9a Assemblea della famiglia domenicana in Africa orientale ha avuto luogo dal 1 al 5 agosto 2007 presso il Centro Mary Ward di Nairobi. Vi hanno partecipato i seguenti delegati:
Monache (Monastero Corpus Christi, Nairobi, Kenya): Mary Martin e Therese.
Frati: David Adiletta e Jude Mmassy.
Laici (Nairob e Kisumui, Kenya): Paula Catherine Maina (NBI) and Monica Omullo (KSM).
Suore domenicane missionarie del Sacro Cuore di Gesù (Thika, Kenya): Maria Mukwai e Patricia Mpambanya (Lusaka).
Suore Domenicane del Santo Rosario (Matasia, Kenya): Elizabeth Jundos e Yvette.
Suore Domenicane di Santa Caterina da Siena (Uganda): Florence Nakaggwa e Hellen Asiata.
Suore domenicane di Maryknoll (Nairobi, Kenya): Giang Nguyen e Teresa Hougnon.

Non presenti: Le suore domenicane di Hawthorne, Serve del conforto per il cancro incurabile (Kisumu) a causa del loro recente arrivo in Kenya e della natura del loro lavoro che si prende cura dei malati terminali.

I delegati della famiglia Domenicana si sono riuniti insieme per la prima volta dopo tre anni e mezzo. Ogni mattino aveva inizio con la Messa, le Lodi e la predicazione, seguite dalla colazione. La sera ci si riuniva per i Vespri, la cena e la ricreazione.

Il primo giorno è stato trascorso ascoltando le relazioni delle varie entità della Famiglia Domenicana e facendo delle domande. Poiché era passato molto tempo dall’incontro precedente e diversi delegati ancora non conoscevano tutte le entità di questo Vicariato a causa del loro recente arrivo nella zona, è stato molto utile che le varie entità dessero di nuovo qualche informazione su se stesse.

Le Suore Missionarie Domenicane del Sacro Cuore sono state le moderatrici di questo primo giorno.

Le prime a fare la loro relazione sono state le monache. Hanno presentato la loro fondazione nel 1965 grazie al monastero della Madonna delle Grazie degli USA; la loro lenta crescita e l’estendersi delle radici; il loro programma di formazione; il loro lavoro in monastero, che consiste nella produzione di candele e vestiti per il loro sostentamento; il loro coinvolgimento per ristabilire il monastero in Senekal, Sudafrica; la loro vita quotidiana; come promuovono la loro particolare vocazione tra le giovani donne; i requisiti richiesti per poter essere accolte tra di loro come aspiranti.

Le monache sono state seguite dalle Suore Domenicane di Santa Caterina da Siena in Uganda. Esse hanno parlato della loro fondazione in Kakumiro, Uganda nel 1993 da Monte Mario, Roma, Italia, della loro nuova casa a Namugongo nel 2004, del loro ministero nella formazione vocazionale, assistenza sanitaria e insegnamento; del loro ostello per le ragazze della scuola secondaria e altri ministeri in cui esse collaborano con differenti gruppi; del loro lavoro vocazionale e dei requisiti richiesti alle candidate e del loro programma di formazione. Le suore sono recentemente riuscite a dare vita a un piccolo gruppo di uomini e donne che potrebbe diventare una fraternita laica domenicana.

Il terzo gruppo a parlare fu quello delle suore Domenicane del Santo Rosario delle Filippine. Hanno parlato del ministero educativo della loro congregazione nelle Filippine; della loro presenza in Kenya dal 1981; della decisione di prestare in Kenya il solo servizio pastorale e non il lavoro di formazione; del loro ministero in formazione vocazionale per ragazze impegnate nella pastorale, del sostegno per i malati di AIDS e nelle cure sanitarie. Alla fine della relazione hanno donato a ciascun delegato una croce ricoperta di grani realizzata da alcune donne Masai del loro gruppo di supporto per i malati di AIDS.

Le suore domenicane del Sacro Cuore di Gesù hanno parlato delle loro comunità in Zimbabwe e Zambia, fondate dalla Germania rispettivamente nel 1890 e 1924; dei loro conventi in Zambia e dei ministeri che stanno compiendo nell’insegnamento e nella cura sanitaria; delle loro suore in formazione; della fondazione in Thika, Kenya, realizzata nel 1998 dalla Zambia; del loro ministero kenyano per la cura sanitaria, l’insegnamento e l’accoglienza dei rifugiati; del loro programma di formazione che include il noviziato in Zambia; dei requisiti richiesti per l’accoglienza delle candidate alla vita religiosa.

La seconda parte della relazione da Thika era sulle Suore Domenicane dell’Africa (DSA) delle Regioni dell’Est. Sr. Patricia è la rappresentante delle DSA e vive a Lusaka. Rappresentava le Suore di Thika all’assemblea, ma voleva dire qualcosa riguardo ciò che i diversi gruppi di suore domenicane stanno realizzando nella regione. La zona est di DSA comprende Ghana e Nigeria, Zimbabwe, Zambia, Tanzaia, Kenya e Sudan – nazioni considerate anglofone. Ha parlato di come DSA sia impegnata nell’adottare e promuovere la collaborazione tra le differenti congregazioni, nel promuovere la pace, la giustizia e la conservazione del creato e il loro carisma come predicatrici, lo studio della teologia per il bene del continente e i progetti comuni. Ci sarà un capitolo di DSA nei giorni 13-19 maggio 2008 in Rwanda.

Le successive nella lista delle relazioni erano le suore di Maryknoll (o Suore Missionarie Maryknoll di san Domenico). Hanno presentato la loro fondazione nel 1912; la loro presenza in 30 nazioni; i primi arrivi in Africa orientale nel 1950 in Tanzania e la loro definitiva diffusione in Kenya, Namibia, Zimbabwe e Sudan; i loro ministeri che sono molto vasti, poiché sono stati realizzati in base ai bisogni che incontravano; lo sviluppo della loro nuova comunità interculturale a Nairobi; i requisiti richiesti entrare nella congregazione e quelli per operare in una nazione diversa dalla propria; le vocazioni locali come nuovo fenomeno.

I laici domenicani hanno dato due relazioni, poiché i loro delegati rappresentano le due pro-fraternite di Laici presenti per ora nell’Africa Orientale. La fraternita di Santa Caterina da Siena (Nairobi) ha parlato per prima. Hanno avuto inizio nel 1994, ma sono stati dichiarati pro-fraternita nel 2004. La relazione ha sottolineato il loro programma di formazione; il fatto che essi sono tre membri professi e dieci nel complesso; il bisogno di un apostolato comune – molti di loro visitano gli ammalati; e la realizzazione di un ritiro per i laici domenicani nell’ottobre 2006 che comprendeva rappresentanti provenienti da Rwanda e Burundi.

I laici della fraternita di San Martino de Porres (Kisumu) hanno parlato della loro fondazione nel 1998 e dichiarazione come fraternita nel 2004; del loro programma di formazione; sono due membri professi su dieci membri in totale; dei loro vari apostolati – incluso gli incontri di protesta a favore della vita, il dialogo interreligioso, le visite all’ospedale, la partecipazione a ritiri spirituali in Uzima e le conferenze sulla pianificazione famigliare con metodi naturali; infine del ritiro dei laici che si sarebbe tenuto a Kisumu nell’ottobre del 2007.

Infine c’è stata la relazione dei frati. E’ cominciata con la storia dell’arrivo dei frati in Africa orientale negli anni 1960, per insegnare presso il seminario di san Tommaso (1963-1970); poi c’è stato il loro ritorno in Kenya nel 1986 e l’erezione ufficiale di un vicariato nel 1991; il loro programma di formazione e i requisiti per l’entrata, il loro ministero nell’insegnamento, formazione, lavoro in parrocchia, pastorale universitaria, e sostegno diretto sottoforma di prestito commerciale, scuola e aiuto per le spese mediche, il progetto di costruire una nuova casa di studenti San Domenico (che finirà nel dicem-bre 2007) e una nuova parrocchia di santa Caterina (che finirà nel marzo del 2008).

Il vicario ha detto che una nuova entità domenicana è recentemente arrivata nel Vicariato dell’Africa orientale – le Suore Domenicane di Hawthorne dagli USA il cui ministero è lavorare con i malati di cancro poveri. Si prendono cura dei malati terminali senza chiedere alcuno compenso dalle famiglie. Esse hanno un nuovo convento e un hospice a Kisumi, Kenya – Casa Santa Caterina da Siena. Non hanno potuto mandare una delegata a questa assemblea a causa del loro recente arrivo in Kenya.

Un giorno intero è stato dedicato a un incontro sulla Vita Interculturale organizzato dalle suore di Maryknoll. Loro sono state le moderatrici di questo giorno. Giang e Teresa sono state affiancate da un membro del loro convento, sr. Sia, per la presentazione. Queste tre suore rappresentano Vietnam, USA, e Tanzania nei loro antenati. Esse hanno intenzionalmente cercato membri dalle radici diverse per sottolineare la vita interculturale.
Un invito generale è stato mandato a ogni membro della Famiglia Domenicana per partecipare a questi lavori di gruppo, così ai delegati si sono affiancati Vincent Wiseman (dei frati) e Jocelyn Pecto (Santo Rosario).

Questo riassunto dell’incontro non riporterà tutto a causa della sua lunghezza e della necessità di attendere che l’esperienza raggiunga il suo pieno effetto. L’incontro ha combinato letture informative con lavori a livello di piccoli gruppi e di gruppo intero.

Nella prima sessione c’è stata una presentazione della migrazione internazionale, la sua storia e le implicazioni per la vita interculturale. Vi erano anche informazioni fattuali sui cambi demografici e le implicazioni economiche. Queste migrazioni hanno effetti sia nelle nazioni di partenza che in quelle di accoglienza. C’è bisogno di una risposta globale poiché questo è un fenomeno globale che influenza le culture e i diritti umani.

Dopo questa presentazione in Power Point c’è stato tempo per le discussioni in piccoli gruppi sugli effetti nelle nostre regioni locali. Inoltre ogni gruppo ha dato dei suggerimenti su come rispondere al fenomeno e ai suoi aspetti positivi e negativi.

La seconda sessione ha trattato più esplicitamente le diversità culturali nelle realtà locali, la globalizzazione e le migrazioni. Questa sessione è stata realizzata soprat-tutto da lavori a piccoli gruppi basati su tre domande a cui rispondere. I gruppi hanno discusso sia gli aspetti positivi che quelli negativi. La maggior parte ha riconosciuto aspetti positivi nell’interazione e mescolanza dei popoli.

La terza sessione ha portato la questione nel contesto delle congregazioni locali. In che modo le singole congregazioni sono interessate da questi fenomeni? Ci sono cambiamenti da fare davanti a un’effettiva comunità mista? Questa domanda è stata affrontata dai membri di ogni entità della Famiglia Domenicana cercando di discutere all’interno delle singole entità piuttosto di avere gruppi misti di differenti entità. Questo li ha aiutati a sottolineare il bene che già è stato fatto e le aree dove vi sono maggiori bisogni a cui fare fronte.

La quarta sessione si è fatta la domanda: «cos’è la cultura?». Questo suscita una serie di risposte. Si sono sottolineati tre livelli di cultura. Si è visto che il livello più importante è quello che dà significato ai vari aspetti della cultura. E’ stato anche visto che un individuo opera in varie culture che sono già basate su una certa eredità, famiglia o etnia, ambiente di lavoro, religione, ecc.

I delegati si sono poi suddivisi in piccoli gruppi misti per discutere varie questioni poste loro dagli animatori. Tali questioni toccavano i differenti livelli di formazione culturale. Le risposte hanno mostrato come tutti noi siamo affetti da una certa incomprensione in certe questioni o non ne capiamo altre poiché non conosciamo i diversi significati che un certo simbolo può avere nelle diverse culture. Oppure non sappiamo se un certo comportamento in una cultura è considerato buono e in un altra è considerato cattivo o viceversa; questo può causare malintesi e ferite.

Tolleranza, dialogo e lo forzo per capirsi gli uni gli altri sono essenziali anche nelle comu-nità religiose. Nel mondo in genere è di grande urgenza poiché i fraintendimenti portano a ogni tipo di abuso, sfruttamento, discriminazione e violenza. Questo ha varie implicazioni per la nostra predicazione.

Continuando la riflessione sulla vita interculturale e la comprensione, ogni delegato durante la ricreazione della sera ha offerto agli altri una danza tradizionale della propria nazione: Uganda, varie parti del Kenya; Zambia; Tanzania; USA; Vietnam e Filippine. Sono state cantate anche alcune canzoni. E’ stata un’esperienza davvero interessante e anche molto divertente. Tutti si sono potuti vedere gli uni gli altri in una luce differente.

Un giorno è stato impiegato per programmare la prossima Assemblea e per trovare il modo di realizzarla il meglio possibile. Poi i delegati sono andati insieme al Parco Nazionale di Nairobi e hanno percorso l’itinerario del safari. Poi c’è stato un picnic sui prati del parco.

L’Assemblea si è conclusa con una messa di ringraziamento con Fred Mvumbi quale celebrante ospite e predicatore. La messa ha di fatto concluso l’assemblea poiché tutti i delegati sono partiti dopo colazione. Alcuni dovevano sostenere viaggi molto lunghi per ritornare alle loro comunità. Tutti avevano una nuova comprensione della famiglia domenicana nell’Africa orientale.

Possa la famiglia di san Domenico continuare a lodare, benedire e predicare poiché abbiamo contemplato la Verità che è Gesù Cristo. Attraverso la nostra predicazione possa la regione multiculturale dell’Africa orientale essere trasformata in un luogo di giustizia e pieno di pace. Mediante la preghiera di san Domenico, santa Caterina, san Martino, santa Rosa, e degli altri santi domenicani, così come della nostra Madre Maria, possano donne e uomini essere ispirati ad entrare nella famiglia domenicana come suore, monache, fratelli, laici e frati.

Nell’amore di Cristo e di san Domenico,

Vostro fratello, David Adiletta.
Vicario Provinciale
Vicariato dell’Africa Orientale

28 dicembre 2007.

ORIGINALE: INGLESE

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ASSOCIAZIONE AMICI DI PADRE LAGRANGE OP

Cari amici di padre Lagrange,

La prefettura delle Alpi Marittime mi ha mandato il 10 dicembre scorso la notifica della dichiarazione di creazione dell’Associazione degli Amici di Padre Lagrange, creata il 15 novembre 2007, festa di sant’Alberto Magno op, protettore di padre Lagrange al fonte battesimale, nome che egli condivideva con suo zio materno e padrino, Albert Falsan.

Scopo di questa associazione è quello di promuovere la causa di beatificazione di p. Lagrange così come la conoscenza dell’opera e della spiritualità di questa figura intellettuale e mistica che fondò l’Ecole biblique di Gerusalemme il 15 novembre 1890.

Tra i membri fondatori di questa Associazione figurano il Postulatore dell’Ordine dei Predicatori e il Vice Postulatore, il priore provinciale della provincia domenicana di Tolosa e il priore provinciale della provincia di Francia, il direttore dell’Ecole biblique di Gerusalemme, che rappresenta il convento di Santo Stefano-Ecole biblique et archéologique francese di Gerusalemme. I priori provinciali delle province dell’Ordine dei Predicatori possono divenire di diritto, dietro loro domanda, membri attivi ex officio di questa Associazione.

Tutti coloro che stimano p. Lagrange possono sostenere la sua causa di beatificazione attraverso la preghiera e mediante donativi inviati alla sede di Nizza. Possono divenire anche membri aderenti versando la quota che sarà presto fissata dal consiglio d’amministrazione.

Su proposta del segretario della Postulazione presso la curia domenicana di Santa Sabina, fra Francesco Ricci, vi invito a pregare per questa beatificazione il giorno 10 di ogni mese, in ricordo della data della «nascita al Cielo» di Lagrange, avvenuta il 10 marzo 1938 a Saint-Maximin (Var).

Potete richiedermi il testo della preghiera per la beatificazione. Inoltre, ogni mese la Revue du Rosaire pubblicherà un articolo su p. Lagrange (La revue du Rosaire. 9 rue Saint François de Paule. F-06300 Nice. Site : www.rosaire.org). L’Ecole biblique di Geru-salemme segnala con gioia anche quest’altra fonte: www.ebaf.edu ).

Affidando voi e tutte le vostre intenzioni all’intercessione di p. Lagrange, vi auguro un felice Avvento e una bella festa della Natività di nostro Signore Gesù Cristo.

Nizza 14 dicembre 2007

Fr. Manuel Rivero OP
Presidente e Vice postulatore.

Convento dei Domenicani
9 rue Saint François de Paule
F-06300 Nice
E-mail: manuel.rivero@free.fr ;
Convento di Nizza: www.dominicain.net

ORIGINALE: FRANCESE

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CORSO PER FORMATORI
LIMA (PERÚ), 27 LUGLIO - 11 AGOSTO 2008

CIDALC-CODALC - Fratelli e sorelle dell’Ordine dei Predicatori in America Latina.

Nel 2005, circa cinquanta religiosi e religiose si sono riuniti a Lima (Perú), per vivere e condividere il primo corso di formazione per accompagnatori nelle tappe di formazione iniziale. «Formazione per una corresponsabilità creativa», è stato il tema di questo primo incontro continentale, il quale è stato approfondito nelle diverse latitudini di CIDALC e CODALC, per dare continuità in diversi modi agli impegni e alle sfide di questa prima iniziativa.

Per questo motivo, noi di CIDALC e CODALC abbiamo voluto fare un passo avanti nella continuità, esecuzione, collegialità e pianificazione di una nuova iniziativa comune. Perciò, riuniti dal 26 al 28 ottobre 2007 nella Casa di santa Rosa da Lima, sr. Rosa Luz Manrique (per la Federazione delle monache domenicane del Perú), sr. Irene Díaz e sr. Gioconda Borelli per CODALC; fra Rafael Colomé, fra Carlos Cáceres, Promotore per la Formazione e la Vita Intellettuale e fra Carlos Sánchez, Promotore della Famiglia Domenicana per CIDALC, abbiamo scambiato idee e pianificato in comune il corso per formatori e formatrici dell’Ordine per l’anno 2008. L’equipe coordinatrice ha avuto uno spazio largo e profondo per esprimere intuizioni, trovare temi collaterali e problematiche che permettano il collegamento di questo incontro tenendo in conto la dimensione teologica, antropologica e domenicana della sessualità nelle tappe di accompagnamento della vocazione.

Per questo, nello spirito della fraternità domenicana, comunichiamo questa convocazione per il corso dei formatori e formatrici per l’anno 2008.

TEMA: «Integrazione affettivo-sessuale nel progetto della vita consacrata domenicana»

OBIETTIVI DELL’INCONTRO:

• Trattare i fondamenti della sessualità e affettività umana, a partire da una visione integrata e integrante delle diverse dimensioni costitutive della persona, prendendo come punto di partenza la realtà dell’accompagnatore nei suoi livelli di coscienza.
• Offrire il quadro biblico, antropologico, teologico e domenicano del processo di integrazione della sessualità e affettività umana, in vista di consolidare l’identità come uomo o donna che ha scelto una vita consacrata e domenicana.
• Chiarire le situazioni umane – consistenze e conflitti – che si generano nel campo della sessualità e dell’affettività, dentro la vita consacrata.
• Stabilire elementi pedagogici per l’accompagnamento della sessualità e dell’affettività nel processo formativo.
• Fare un’esperienza unita e profonda di formazione, fraternità ed esperienza di Dio in questo tema di grande importanza come accompagnatori dei fratelli e sorelle in formazione iniziale.

EQUIPE DEI RELATORI:

• Sr. Consuelo del Prado, OP / sr. Antonieta Potente, OP (Teologa) accompagneranno il fondamento teologico della sessualità (ancora da confermare).
• Sr. Irene Díaz, OP (Psicologa), sr. María Julia Ardito, OP (sessuologa), fra Rafael Colomé, OP (psicologo e formatore) accompagneranno il fondamento antropologico e formativo nella sessualità.
• Fra Jesus Espeja, OP (teologo con vasta esperienza in America Latina) accompagna il tema domenicano della sessualità.

LUOGO: Casa di esercizi delle Missionarie Domenicane del Rosario, a Lima, Perú (Avenida Brasil 2470 – 2474; Colegio de Jesús)

GIORNI: Dal 27 luglio all’11 agosto 2008 (si giunge in questo giorno e si inizia la sera; si parte il giorno 12 agosto).

PARTECIPANTI: Monache contemplative, suore di vita apostolica e frati dell’Ordine dei Predicatori.

REQUISITI:

• Essere formatori in funzione, specialmente accompagnatori di prenoviziato (postulandato), maestri dei novizi; maestri degli studenti o accompagnatori di juniorato.
• Il corso richiede presenza, permanenza e serietà a causa del costo che questo richiede.
• La Commissione organizzativa desidera che il corso sia in spagnolo, per rendere partecipi solo i formatori e le formatrici che hanno la loro casa nel Continente.

Sr. Irene Díaz, OP
Coordinatrice
irenedica@mmddperu.com

fra Carlos Cáceres, OP
Coordinatore
ccaceresop@yahoo.es

ORIGINALE: SPAGNOLO

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«PIÙ CLAUSTRO O PIÙ ORATORIO?»

«Disputatio» alla maniera medievale sulla formazione sacerdotale presso la Pontificia Università San Tommaso «Angelicum» di Roma

ITALIA - Discutere temi attuali controversi usando la tecnica medievale della «Quaestiones Disputatae». È il metodo adottato a Roma da due professori per trattare il tema della formazione dei sacerdoti del domani, con il titolo «Più claustro o più oratorio?».

La quinta sessione delle «Quaestiones disputatae» è stata realizzata lunedì 17 dicembre Pontificia Università San Tommaso d’Aquino di Roma.

Manlio Asta, docente di Epistemologia e di Pastorale Scolastica presso la Pontificia Università Lateranense, e Aureliano Pacciolla, docente di Psicologia della Personalità alla LUMSA (Libera Università Maria Ss. Assunta) di Roma, sono i professori che hanno affrontato pubblicamente la questione in questa attività promossa dall’istituto diretto dalla professoressa laica Maria Margherita Rossi.

La metodologia della disputa risale al Medioevo e si basa sul metodo dialettico di tesi e obiezioni, ma i temi affrontati non sono quelli che preoccupavano i teologi di allora, quanto il mondo di oggi, come l’evangelizzazione attraverso i mezzi di comunicazione o la formazione sacerdotale.

La Rossi, presidente dell’Istituto San Tommaso e organizzatrice della «Disputatio», ha rivelato a ZENIT che l’insegnamento aristotelico-tomista non deve essere solo astratto, e che la «Quaestio» è un buon momento per mettere in pratica il metodo «vivo, aperto e rigoroso» che si insegna in questa università pontificia dei Domenicani a Roma.

Maria Margherita Rossi ha spiegato che «la disputatio è l’atto che riassume l’attività dell’intellettuale nell’Europa medievale, perché fa parte del compito del magister, vale a dire esercizio, atto accademico e tecnica di ricerca».

San Tommaso era noto per le sue dispute pubbliche su qualsiasi tema e di fatto usò questo stile per la sua Summa Theologiae, in cui il materiale è organizzato in 2669 dispute brevi con 10.000 obiezioni e risposte.
Maria Margherita Rossi crede che la forza di questo metodo dialettico, che fa «un uso intelligente delle fonti della teologia» e sa navigare nella «razionalità intrinseca delle argomentazioni», è decisamente necessaria in un terreno culturale «ostile» in cui sembra che la teologia soffra di «afasia o incapacità di incidenza».

La professoressa compie un’osservazione statistica «assolutamente benevola» e rivela di trovare molti più conferenzieri per «temi tradizionali» che non «pionieri» disposti a «mettersi alla prova» con questo metodo che richiede il controllo della coerenza logica e sistematica.

Il tema scelto per questo dibattito è la formazione dei sacerdoti.

Il professor Francesco Compagnoni, docente di Teologia Morale dell’Angelicum, ha riconosciuto a ZENIT che il tema è diventato un problema complesso, perché anni fa le linee educative dei seminari erano «tradizionalmente chiare e accettate dal popolo cristiano», ma oggi sono diventate «meno evidenti» e i fedeli sono un po’ «disorientati» su come dovrebbe essere la formazione del sacerdote.

Per Compagnoni, i fedeli sentono «la pressione incessante dei mezzi di comunicazione»: da un lato «vorrebbero che per essere credibili i sacerdoti si comportassero come cittadini comuni, dall’altro reclamano un’altissima spiritualità unita a virtù eroiche».

Secondo il professore, non si deve confondere la maturità psicologica con la santità: «La Chiesa cattolica, fedele a una tradizione centenaria, vuole che i suoi sacerdoti siano persone virtuose ma non estranee al mondo in cui vivono, che siano personalità psicologicamente mature senza confondere maturità psicologica e santità cristiana».

Padre Compagnoni sostiene che «le comunità di laici cristiani devono contribuire allo sforzo che fa la Chiesa di preparare futuri sacerdoti e devono sostenerli senza lasciarli soli di fronte a una società post-cristiana», perché «l’attenzione spirituale e la santità dei pastori sono un dono troppo importante per lasciarlo solo alle attenzioni del clero».

L’Istituto San Tommaso propone il genere della «disputa» da cinque anni, da una parte come omaggio al dottore Angelico (nome legato alla figura di San Tommaso d’Aquino), dall’altra perché è «un prezioso strumento che può aiutare nella soluzione di alcuni dilemmi del nostro tempo», spiega la professoressa Rossi.

L’Istituto San Tommaso dell’Università San Tommaso propone questo metodo di ricerca della verità attraverso la discussione nel tempo di Avvento e di Quaresima.

Di Miriam Díez i Bosch

[Traduzione di Roberta Sciamplicotti]
17 dicembre 2007 (ZENIT.org)

ORIGINALE: ITALIANO

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INCONTRO DEI REGGENTI DEGLI STUDI DEL NORD AMERICA

USA - Dal 20 al 22 settembre 2007 si è tenuto presso la Casa Domenicana di studi a Washington, DC l’incontro dei Reggenti del Nord America. Con i cinque Reggenti nordamericani vi erano anche il Reggente di Polonia e il Socio per la Vita Intellettuale dell’Ordine.

Partecipanti
Marcio Couto, Socio per la Vita Intellettuale
Dominic Izzo, Priore Provinciale della Provincia dell’Est

Reggenti Provinciali:
Jay Harrington, Centro-ovest
Terence Keegan, Est
Richard Schenk, Ovest
Wayne Cavalier, Sud
Michel Gourgues, Canada
Grzegorz Chrzanowski, Polonia

I. Prima sessione, mercoledì sera, presieduta da fra Dominic Izzo, Priore Provinciale della Provincia dell’Est.

Fra Izzo ha presentato il proprio punto di vista sulle decisioni e le sottolineature del Capitolo di Bogotá, specialmente per quanto riguarda vita intellettuale, e ha anche parlato dei progetti futuri della Provincia dell’Est a Washington, DC.

Egli ha comunicato che la Provincia intende aprire un Centro di Studi Tomistici nel nuovo centro accademico in costruzione. Si pensa di dotare questo centro con delle cattedre convenzionate, in modo da attirare importanti studiosi di questioni tomistiche che offrano corsi, programmi e conferenze di interesse contemporaneo. Fra Izzo ha parlato anche della possibilità di sviluppare relazioni tra la Casa Domenicana di Studi e l’Istituto Giovanni Paolo II.

Nella discussione che ne è seguita, ci si è soffermati sull’invito fatto da Bogotá a realizzare un piano strategico. In particolare ci si è chiesti: questo piano è orientato a una raccolta di fondi a solo beneficio degli istituti soggetti al Maestro o anche di tutti gli altri istituti dell’Ordine?

Sia la Commissione per la Vita Comune, sia la Commissione per la Formazione sono state interpellate in merito alla necessità di formare Lettori Conventuali e assicurare che le case dispongano di risorse appropriate, cioè di biblioteche. E’ stato notato anche il bisogno di un aggiornamento continuo di quanti lavorano in ambito accademico. Si può far fronte a questo bisogno adottando analogicamente i requisiti generali richiesti per la qualificazione professionale in altri ambiti accademici.

Nel discutere su come affrontare i problemi più comuni è stato notato che la DLC (Conferenza dei Superiori e delle Superiore Maggiori Domenicani degli Stati Uniti) spesso prende posizione davanti ai problemi. Qualcuno ha chiesto se i reggenti debbano interessarsi del lavoro della DLC. Altri pensano che sarebbe meglio un approccio più spontaneo.

Sono stati fissati i prossimi incontri:

La DLC si incontrerà il 12 ottobre a Louisville.
I Provinciali si incontreranno la settimana dopo Pasqua in California.
Ci sarà un incontro del Consiglio interprovinciale nel 2009, per celebrare l’anni-versario della Provincia del Sud. Si stanno cercando temi di riflessione in preparazione per questo incontro. Gli Atti di Bogotá suggeriscono di tenere un incontro di Reggenti nel 2009.

II. Seconda sessione, venerdì mattina

Parlando delle difficoltà di una formazione domenicana dove non ci siano case di studi, cioè nella provincia del Sud e nel vicariato dell’Africa orientale, si è parlato del modello europeo degli studi estivi. Si è parlato anche della possibilità di mandare studenti in un’altra nazione per un anno e anche dell’usanza della provincia dell’Ovest di includere nella formazione un anno di attività pastorale.

La discussione poi è tornata ai requisiti richiesti agli insegnanti qualificati. C’era un sincero desiderio di aiutare gli istituti soggetti al Maestro ma anche la preoccupazione che questo aiuto non producesse malcontento da parte delle Province.

E’ stato deciso di creare una pagina riservata sul sito web dell’Ordine, organizzata e aggiornata da un web master qualificato, che elenchi gli insegnanti disponibili già fin da ora o fra poco tempo (nel caso di frati che stiano terminando studi particolari) e anche i bisogni presenti e futuri dei diversi istituti accademici dell’Ordine. Sarebbe compito dei Reggenti comunicare al Socio della Vita Intellettuale i dati e i loro successivi aggiornamenti relativi alle loro province.

I dati forniti dovrebbero comparire in un foglio di Excel uniforme indicante tutti i dati utili: nome, età, provincia, titolo conseguito o data del suo prossimo conseguimento, area qualificata per l’insegnamento e la ricerca, lingue parlate. Un altro elenco, ancora su foglio Excel, con una struttura simile al precedente, dovrebbe indicare invece i posti vacanti, presenti e futuri, che richiedono di essere occupati. Tale pagina dovrebbe indicare anche i tempi richiesti da questi posti vacanti, ad esempio una sessione estiva o un intero anno accademico, una situazione temporanea o permanente.

Entrambe le pagine di Excel dovrebbero essere realizzate collegando il nome del frate con altre pagine che forniscono informazioni aggiuntive, per esempio qualche nota biografica o una lista delle opere realizzate.

Si sono dati due suggerimenti per aiutare l’Angelicum ad attirare nuovi professori:

1. Dare ai giovani frati che hanno appena conseguito il dottorato l’opportunità di inse-gnare all’Angelicum per due o tre anni.
2. Seguire il modello già introdotto dalla Polonia nella facoltà di Diritto Canonico dell’Angelicum, cioè prevedere un supporto scolastico per i dottorandi che intendono rimanere a insegnare all’Angelicum per un prestabilito numero di anni dopo aver conseguito i loro titoli accademici.

E’ stato suggerito anche che il sito web possa essere anche un luogo di incontro per i Reggenti dell’Ordine in modo da permettere loro di condividere gioie e speranze, preoccupazioni, dolori e deficienze.

Nella discussione sull’adeguamento delle strutture accademiche nelle università di tutte le nazioni secondo il Processo di Bologna, processo che di fatto richiede l’americanizzazione dei gradi, ci si è resi conto che deve essere data maggiore attenzione al Master of Arts.

Il Reggente Polacco ha illustrato il programma di lingua estivo della sua provincia e ha invitato gli studenti americani a parteciparvi insieme agli studenti polacchi, ricordando pure la possibilità di visitare la loro Provincia e nazione.

III. Terzo incontro, venerdì pomeriggio

Si è discusso della possibilità che i Reggenti del nord America organizzino un simposio. L’inaugurazione del Nuovo centro Accademico presso la Casa Domenicana di Studi è sembrato un momento opportuno. Poiché c’è già un evento programmato per l’autunno del 2008 per inauguare il nuovo centro che sarà aperto presso la casa domenicana di Studi, è stato suggerito che i Reggenti possano partecipare a questo evento, farsi un’idea della natura e delle intenzioni del nuovo centro e poi pianificare il simposio che sarà realizzato dai Reggenti del Nord America, in quello stesso luogo, nel giro di un anno e mezzo o di due anni.

Si sono sottoposte all’attenzione del Maestro dell’Ordine la discussione riguardante i problemi dottrinali sulla natura del Tomismo (storicamente definita da oppositori e poi difesa dai domenicani) e questioni di irregolarità dottrinali. Bogotá ha offerto linee specifiche per trattare le dispute dottrinali all’interno dell’Ordine.

Il grado del lettorato, che da poco tempo viene accordato in Nord America, è stato visto come appropriato, ma è stato sottolineato il bisogno di Lettori nelle case domenicane. E’ stata molto ammirata l’organizzazione dei gruppi di studio realizzata nella parrocchia di San Francisco e si è chiesto che una copia della relazione riguardante questa iniziativa sia distribuita a tutti i Reggenti perché possa essere realizzata anche in altre case e in altri luoghi. E’ stato notato che il Master in Sacra Teologia (STM) potrebbe fare in modo che gli studiosi operanti in campi diversi dalle scienze sacre possano creare con il loro lavoro delle relazioni tra le loro materie e le scienze sacre. E’ stato portato qualche esempio in campo di Economia e Biologia.

E’ stata discussa la relazione del Reggente riguardo il Programma di Formazione.

Si è parlato della situazione dei frati che lavorano fuori dalla loro provincia. Si è parlato dell’uso, in qualche caso, delle lettere di accordo. Il socio per la Vita Intellettuale ha chiesto di ricevere i formulari di queste lettere di accordo.

Si è parlato anche della relazione tra i Reggenti e gli studenti dottorandi e dei possibili ritardi nel completare gli studi. C’era un certo interesse verso il programma Mentore, recentemente realizzato dalla Provincia dell’Est. Sarà mandata un’informazione su questo programma a tutti i partecipanti.

IV. Quarto incontro, venerdì sera.

Si è parlato della relazione annuale dei Reggenti. La domanda «Come valuti la qualità degli studi che vengono offerti?», richiederebbe di illustrare sia il metodo seguito sia i risultati di tale metodo di valutazione.

E’ stato osservato che questa relazione annuale di fatto rimane praticamente uguale, anno dopo anno riportando solo piccoli cambiamenti. E’ stato suggerito di utilizzare qualche accorgimento per rendere evidenti i cambiamenti intervenuti tra un anno e l’altro (per esempio un codice a colori).

Si è concordato che la domanda «In quale modo gli studi sono corrispondenti ai bisogni e alle attese degli studenti?» dovrebbe essere riformulata per valutare prima in che modo gli studi realizzino la Ratio Studiorum Generalis e poi chiedere se gli studi davvero realizzano il desiderio degli studenti di ricevere un’educazione genuinamente domenicana.

Riguardo il problema del monitoraggio previsto dalla sezione V, hanno attirato molta attenzione le relazioni progressive fatte dalla Provincia dell’Est. Il Reggente dell’Est manderà copie di queste relazioni agli altri partecipanti.

Si è parlato anche del ruolo del Promotore per la Formazione Continua o Permanente e i modi differenti nei quali si realizza questo ufficio nelle diverse province. E’ stato sottolineato di nuovo il bisogno di lettori conventuali, così come il bisogno di prevedere per loro una certa formazione specifica. Si è anche parlato anche della necessità di incontri di formazione per altri ufficiali delle province, ad esempio per i priori e gli economi.

E’ stato notato che della missione dell’Ordine (sezione VII) si era già parlato nel Prologo degli Atti del Capitolo Generale di Providence e poi in entrambi i capitoli seguenti.

V. Quinto incontro: sabato mattino

E’ continuato il dialogo sulla sezione VII; è stato deciso che la seconda domanda sarebbe stata riformulata così «I centri di studio e le altre attività accademiche della vostra entità...»

Ci si è trovati d’accordo sul fatto che i domenicani abbiano una certa incidenza in Nord America e sono stati citati i vari modi in cui si riscontra tale incidenza. Tra le domande inerenti questo fatto ci sono queste: «Noi domenicani siamo conosciuti per quello che facciamo?» e «Come possiamo sapere quello che gli altri pensano di noi?»

Ci si è resi conto che ci sono delle differenze tra le cinque province del Nord America,ma che ognuna di loro è autenticamente domenicana, ognuna con modi diversi, diverse sottolineature. C’è anche una significativa e crescente collaborazione a livello di attività vocazionali, formazione e incontri tra coloro che sono stati recentemente ordinati. Ci sono le basi per incontri e collaborazioni future sempre più grandi.

Parlando di un possibile futuro incontro si è visto dagli appunti dell’incontro del 1991 che un punto che era stato deciso è stato largamente ignorato. Comunque, è stato anche notato che invece molti altri punti dello stesso incontro sono stati realizzati.

E’ stato deciso che i Reggenti del Nord America continueranno ad incontrarsi dopo i Capitoli Generali. I Reggenti si incontreranno perciò nel 2010, dopo il Capitolo Generale, ma possibilmente al di fuori dell’anno accademico. Questo incontro si terrà a St. Louis e sarà organizzato dal Reggente del Centro Ovest.

Providence College, 10 ottobre 2007

Terence Keegan,
Segretario della Provincia dell’Est

ORIGINALE: INGLESE

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PRESENZA DI FRA BARTOLOMÉ DE LAS CASAS
INCONTRO INTERNAZIONALE DAL 7 AL 10 APRILE 2008 IN CUBA

CUBA - In occasione del 280° anniversario della fondazione dell’Università dell’Avana da parte dei frati domenicani, l’aula «Fra Bartolomé de las Casas» che si trova nel convento San Giovanni de Letrán, organizza un incontro in cui pensatori di dif-ferenti correnti e paesi riflettano insieme sul significato attuale della vita e opera di questa figura universale, in campi tanto vitali come la morale pubblica, la responsabilità storica, la giustizia e la dignità umana. Siamo certi che il tempo trascorso, invece di attenuare l’importanza dei suoi gesti e parole, li abbia resi attuali. Da qui l’interesse scientifico e umanista che ha questo incontro con l’indimenticabile domenicano sevigliano, che sarà aperto a tutti gli specialisti che desiderano partecipare, così come a studenti e altri interessati nelle tematiche proposte.

Iscrizioni e riconoscimento delle competenze

Le iscrizioni potranno effettuarsi di persona dal 3 dicembre 2007 al 28 marzo 2008 presso la Biblioteca del convento San Giovanni de Letrán, Calle 19 n. 258, tra J e I, Vedado, Plaza, Ciudad de La Habana, o mediante posta elettronica: bartolo@enet.cu
Le iscrizioni potranno farsi anche attraverso i membri del comitato organizzatore. Il riconoscimento delle competenze si farà lunedì 7 aprile 2008 alle ore 15.30.

Comitato Organizzativo

Fra Manuel Uña Fernández OP Vicario dei domenicani in Cuba.
Dr. Eusebio Leal Spengler. Storico della Città.
Dr. Eduardo Torres Cuevas. Direttore della Biblioteca Nazionale e della casa di Alti Studi Fernando Ortiz.
Mons. Carlos Manuel de Céspedes. Vicario della Diocesi della Avana.
Dr. Alfredo Guevara Valdés. Direttore del Festival del Nuovo Cinema Latinoamericano.
Dr.ssa Ana Cairo Ballester. Professoressa dell’Università della Avana.
Dr. Nelson La Serna Torres. Coordinatore del Centro «Fray Bartolomé de las Casas».
Dr.ssa Idania García Guerra. Supervisore di Cubatur.
Prof. Andrés García Balseiro. Professore del Centro «Fray Bartolomé de las Casas».

Accesso alla manifestazione da parte degli stranieri

Gli stranieri interessati a partecipare possono disporre di differenti possibilità per la prenotazione dei biglietti di aereo e facilità di alloggio in conventi vicini al Convento, con prezzi adeguati alle diverse disponibilità economiche. Per avere le informazioni necessarie si possono rivolgere alla Sig.ra Idania Garcia al seguente indirizzo e-mail: idania@enet.cu, o al telefono mobile: 537-5 2879988.

ORIGINALE: SPAGNOLO

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A QUARANTA ANNI DALLA «POPULORUM PROGRESSIO»

ITALIA - «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace: responsabili di quale sviluppo?» Questo il tema di un incontro che la Commissione Giustizia e Pace della Famiglia domenicana italiana ha organizzato nei giorni 1-2 dicembre 2007. L’ iniziativa fa parte di un progetto che la Commissione porta avanti da alcuni anni: quello di organizzare ogni anno una giornata dell’impegno e della solidarietà, con lo scopo di contribuire ad una maggiore sensibilizzazione sulle questioni e le tematiche riguardanti la giustizia, la pace e la conservazione del creato e nella prospettiva di promuovere una maggiore responsabilità umana e cristiana in vista di soluzioni e collaborazioni concrete. L’iniziativa è giunta alla VII edizione e quest’anno, quarantesimo anniversario dell’enciclica Populorum progressio, il tema prescelto è stato appunto quello dello sviluppo. L’incontro si è svolto a Pistoia, nel convento S. Domenico, in collaborazione col Centro Espaces «Giorgio La Pira» che ha sede in quella città. Nel pomeriggio di sabato 1 dicembre si è avuto un momento di studio e di riflessione con due relazioni: Stefano Zamagni (professore ordinario di economia politica all’Università di Bologna e professore aggiunto di International Political Economy all’Università Johns Hopkins – Centro di Bologna) ha sviluppato il suo intervento sul tema «Sviluppo economico e progresso dei popoli: contraddizioni e prospettive». Ha fatto seguito l’intervento di José Romón López de la Osa op (professore di etica politica e interculturale alla Pontificia Università S. Tommaso di Roma) che con un taglio più religioso legato alla dottrina sociale della chiesa ha parlato del tema «Giustizia sociale e sviluppo umano: inadempienze e speranze».

All’incontro hanno partecipato molti membri della famiglia domenicana ma anche un discreto numero di cittadini, i quali dopo le relazioni hanno dato vita ad un animato e proficuo dibattito.

Alle ore 21,00 gli intervenuti hanno par-tecipato ad una suggestiva e raccolta veglia di preghiera per la pace.

L’evento ha avuto la sua conclusione con la celebrazione della S. Messa il giorno 2 dicembre, prima domenica di avvento.

Oltre che proporre momenti di riflessione e di preghiera, questi incontri hanno anche lo scopo di esprimere un gesto concreto di impegno e di solidarietà. Quest’anno la Commissione ha pensato di indirizzare una lettera ai fratelli e alle sorelle che si trovano in zone di guerra non solo per esprimere la partecipazione al loro dramma, ma anche e soprattutto per chiedere perdono delle nostre responsabilità e della nostra indifferenza (la lettera è riportata in calce a questo resoconto).

In coincidenza con l’incontro è stata allestita, nei locali del Convento, una mostra fotografica dal titolo «L’orgoglio contadino: sguardi dal mondo». Curata da Carla Moro e Aurelio Dessi, la mostra ha presentato ai visitatori una carrellata di volti, davvero suggestivi e interessanti, provenienti dai vari angoli del pianeta.

Aldo Tarquini op

LETTERA ALLE SORELLE E AI FRATELLI IN TERRITORIO DI GUERRA

Sorelle e fratelli,

prima di tutto ci presentiamo: siamo un gruppo di frati, suore e laiche/ci appartenenti alla Famiglia Domenicana in Italia; insieme costituiamo la Commissione Italiana Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato.

Ogni anno organizziamo una «Giornata dell’impegno e della solidarietà» il cui scopo è quello di portarci ad una maggiore responsabilità umana e cristiana capace promuovere soluzioni e collaborazioni concrete. In tale occasione cerchiamo di coinvolgere i partecipanti anche con un piccolo gesto concreto e quest’anno abbiamo pensato di farlo scrivendovi una lettera. Perché? Prima di tutto perché crediamo che il vostro vivere in territori di conflitto sia una testimonianza che non può lasciarci indifferenti; poi perché abbiamo bisogno di superare i limiti delle mura dei nostri conventi e delle nostre case affinché possiamo sentire tutto il mondo e tutta l’umanità come casa nostra, come un’unica grande famiglia; infine vogliamo scrivervi perché non possiamo ritenerci innocenti di fronte al dramma quotidiano delle guerre.

Non vi scriviamo per esprimere quanto siamo buoni e quanto siamo sensibili a ricordarci di voi; e non vogliamo scadere nei luoghi comuni (o nell’ipocrisia) scrivendovi per comunicarvi la nostra solidarietà e il nostro appoggio spirituale.

Vi scriviamo per chiedervi perdono.

Siamo consapevoli che tutti i conflitti nel mondo sono generati dalla prevaricazione, dalla bramosia di avere sempre di più, dall’economia basata esclusivamente sul profitto. Principi che, per essere realizzati, si basano sulla necessità di creare differenze, esclusioni, contrasti, violenza, ingiustizia. Noi, che viviamo in questa parte di mondo «epulone», siamo responsabili del mondo «Lazzaro», ne siamo la causa della sua condizione. Il nostro benessere, la nostra agiatezza, la nostra tecnologia hanno un prezzo troppo elevato: è il sangue versato da migliaia di uomini donne e bambini che hanno come unica colpa quella di non essere nati e cresciuti in questa parte privilegiata di mondo. Consapevoli di questo, non possiamo che ritenerci complici e colpevoli di questa ingiustizia e non possiamo esimerci dal chiedervi perdono.

Come vorremmo leggere «Pace» nel cielo di Betlemme, di Gerusalemme, di Kabul, di Bagdad. Come vorremmo leggere «Pace» nel volto dei palestinesi e degli israeliani; degli afgani, degli iracheni, dei sudanesi, dei somali, degli americani e degli italiani. Come vorremmo leggere «Pace» nel futuro di ogni popolo e di ogni civiltà. Ma non si potranno mai avviare processi di pace se non si comincia a riconoscere le proprie colpe e responsabilità, se non si comincia a chiedere perdono.

Ma chi comincerà a scrivere «perdono» in questa drammatica realtà? Discorsi, documenti, mediazioni, piani politici ed economici, tutto e inutile se non è preceduto dal sentire nel cuore il desidero di riconciliazione. Forse siamo persone sognatrici ma non illuse; sappiamo che l’atteggiamento di perdono non esiste nel vocabolario dei potenti, ma sappiamo anche che gli impotenti, come noi, possono ancora credere nella forza del perdono e che solo quando si pronunceranno parole di perdono e si realizzeranno gesti di riconciliazione allora, e solo allora, la pace per tutti sarà possibile.

Allora oggi vogliamo iniziare questo nuovo Avvento con un piccolo gesto di riconciliazione con voi e con i popoli con i quali condividete la vostra vita. Oggi vogliamo scrivere PERDONO per leggere PACE!

Pistoia, 1-2 dicembre 2007

ORIGINALE: ITALIANO

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LA FAMIGLIA DOMENICANA E LA «VERITÀ SCOMODA»

«NON È CIÒ CHE NON SAI CHE PUÒ CREARTI PROBLEMI, MA È CIÒ DI CUI SEI SICURO CHE PUÒ FARLO»
MARK TWAIN

SANTA SABINA - Non farò un trattato teologico sulla Veritas, non ne sarei in grado, ma semplicemente condividerò il piacere di aver visto una cinquantina di persone, tra domenicani e laici, assistere con grande interesse alla proiezione del Film «Una Verità scomoda» di Al Gore, sul riscaldamento globale e i cambiamenti climatici, e ascoltare la testimonianza di una rappresentante del movimento della Decrescita e del WWF sul tema dell’Energia e delle fonti non fossili (carbone, petrolio e gas). Il tema per la famiglia domenicana non è nuovo: Cosa chiede la Terra all’Ordine domenicano? è stato il titolo di un corso sull’ecologia che si è svolto alla Genesis Farm (Stati Uniti) lo scorso anno. Questo tema ha continuato a produrre frutti nella mia testa e... quest’anno a Santa Sabina (Roma), per inaugurare la stagione degli incontri pubblici in convento (Salotti di Santa Sabina), abbiamo colto il pretesto dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2007 all’ex vice Presidente degli USA, Al Gore, e al Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti climatici (ICPP) per «gli sforzi per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti».

Noi siamo parte del problema e parte della soluzione al tempo stesso: su questo concetto si basa la teoria del riscaldamento globale. Le attività umane immettendo sempre più anidride carbonica nell’atmosfera hanno modificato in modo significativo il percorso «naturale» delle stagioni e il clima: viviamo come sotto un ombrello di gas che rimangono intrappolati invece di essere restituiti nel cosmo. Di conseguenza è la stessa umanità che ha la possibilità, modificando la sua impronta ecologica, di rallentare questo pericoloso processo. Qualche esempio concreto: l’aumento della temperatura globale causa lo scioglimento di ghiacciai, aumento del livello dei mari e difficoltà nel reperimento di acqua potabile legata allo stesso scioglimento. Le stagioni si spostano e i parassiti che venivano decimati dal freddo oggi resistono danneggiando la vegetazione e l’agricoltura. Le alte temperature modificano e rendono meno prevedibili i cicloni, tifoni e uragani; alterano anche la distribuzione delle piogge: piove di più sempre nei stessi posti mentre altri luoghi deperiscono a causa dell’aridità e della desertificazione.

Non si tratta di un tema opzionale, qui parliamo della Vita, parliamo della relazione che instauriamo come uomini e donne con la Terra, del nostro modo di vivere insieme e felici in questo mondo. Al Gore nel film afferma che intervenire è una «questione morale». Ed è urgente, avremmo dovuto cominciare ieri. Io credo che incontri come questo aiutino ad apprendere una Pedagogia della Creazione, fatta di gesti semplici e umani, liberi dalla logica ormai dominante che tutto è merce e che il mercato è il padrone. Non siamo gli arroganti padroni della terra, ma fallibili amministratori: chi ci chiederà conto saranno i bambini di domani. Prenderci cura dell’ambiente ci rende anche persone più felici, perché meno preoccupati di avere ma più orientati alle relazioni umane, alla creatività e al tempo liberato dal «negozio» (che è il contrario di ozio, come spazio gratuito e non economico). Trasformarci da «Homo Oeconomicus» a uomini (e donne) creativi.

Come tutto questo può riguardare la Famiglia domenicana? Potremmo iniziare rileggendo il voto di povertà sotto questa luce: cosa significa oggi essere mendicanti? Forse usare solo ciò che ci serve e non abusare delle risorse, o tenere conto che ogni azione produce rifiuti e quindi inquinamento, o ancora diventare consapevoli della quantità e qualità dei nostri consumi. Mi piace vedere la povertà come un invito alla sobrietà evangelica. Come i nostri conventi possono diventare esempi di sostenibilità economica e ambientale? Come ridurre gli sprechi di energia, di carta, di cibo? Come privilegiare le fonti energetiche eoliche e solari a quelle fossili? Come far diventare il nostro bilancio comunitario un Bilancio di Giustizia?

Sono sfide. Ci sono tante esperienze ma non esistono soluzioni a 360 gradi. Vi invitiamo a vedere il film con le vostre comunità e gruppi, a invitare chi può aiutarvi a concretizzare questo grido della Terra in stili di vita più armonici e... perché no? Più felici perché più essenziali.

Il DSI (Suore Domenicane Internazionali) hanno chiesto a tre Domenicane nord americane un loro commento su questo Nobel a un loro concittadino:

Margaret Galiardi OP, Homecoming, Amityville

«Probabilmente la migliore notizia degli ultimi tempi legata ai cambiamenti climatici è proprio che la Commissione per il Nobel ha assegnato l’aspirato Premio per la Pace all’ex vice presidente Al Gore per il suo lavoro in questo ambito. Perché è una buona notizia? Che implicazioni può avere per la Famiglia domenicana globale nel mezzo delle celebrazioni dell’800 centenario? É una buona notizia perché è un segno che è arrivato il tempo per un dibattito vero sui cambiamenti climatici.»

Anne Lythgoe OP, responsabile di Dominican Life, bollettino informativo online (www.domlife.org)

«Come cittadina americana sono molto contenta che Al Gore abbia vinto il Premio Nobel la Pace per il suo impegno per l’ambiento e i cambiamenti climatici. Il suo sforzo per far emergere questo tema è un passo importante a diversi livelli, uno dei quali è il riconoscimento che prendersi cura della terra è prendersi cura dei poveri, che sono le maggiori vittime delle ingiuste e dannose politiche energetiche ed economiche. Il lavoro di Gore ha mostrato il fallimento dell’attuale amministrazione nel rispettare i bisogni del resto del mondo. Il suo lavoro e quello del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC) svela la verità a coloro che negli Stati Uniti sono più lenti nel rendersi conto. La commissione del Nobel ha chiaramente riconosciuto la connessione tra il lavoro per la giustizia e il lavoro per la pace, tra il lavoro per lo sviluppo sostenibile e la pace, tra l’integrità ambientale e la pace. Sono grata che un Americano abbia vinto il premio perché il mondo vede il mio paese come l’impero del male.»

Sharon Zayac OP, Jubilee Farm, New Berlin, Illinois

«Molti di noi hanno gioito. Ci rendiamo conto dell’onore e sentiamo che questo riconoscimento ci darà maggiore credibilità nel nostro lavoro a favore del pianeta.
Comunque non siamo naïf e sappiamo del prevalente atteggiamento di negazione tra i nostri cittadini. Noi americani, nono-stante la nostra ingenuità e il desiderio di essere primi in tutto, spesso ci manca la volontà collettiva, in caso di una crisi immi-nente, di fare qualcosa finché proprio non ci cade addosso. Certo non ci aiuta che la nostra amministrazione abbia fatto del tutto per instillare dubbi sulla veridicità scientifica del riscaldamento globale tra la gente al punto che oggi molti non vogliono credere che dipenda anche dall’attività umana. Mi vengono in mente i primi anni di Domenico a Fanjeaux quando sentiva che nessuno ascoltava il suo messaggio. Molti di noi hanno provato la stessa impazienza e la stessa frustrazione. Noi come Domenicani dobbiamo predicare la verità di ciò che sta avvenendo nel nostro pianeta e il modello di vita sostenibile che tutti dobbiamo abbracciare. Non possiamo fermare il riscaldamento globale, ma possiamo fare il possibile per mitigarlo.

Patrizia Morgante
Segretariato Suore Domenicane Internazionali
(www.dsiop.org)

ORIGINALE: ITALIANO

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I PRIMI DOMENICANI A GERUSALEMME

GERUSALEMME - I Crociati abbandonarono Gerusalemme nelle mani di Saladino nell’ottobre del 1187, e perciò furono confinati nei loro castelli sulla costa medi-terranea, con Acri come loro unica città. Il suo porto era il loro collegamento verso l’Europa finché caddero in mano ai Mamelucchi nel maggio del 1291. Ci dovevano essere dei domenicani presenti in questa zona, perché la provincia della Terra Santa fu fondata nel 1227, ciò presupponeva l’esistenza di due o tre conventi.

Il primo riferimento a un domenicano presente permanentemente e Gerusalemme appare in un resoconto della pacifica occupazione di Gerusalemme realizzata da Federico II (1194-1250), il 17 Marzo 1229:

E così l’esercito cristiano entrò ... nella santa città di Gerusalemme, il patriarca con i vescovi ausiliari ... Maestro Walter, un frate dell’Ordine dei Predicatori, un uomo devoto, prudente e discreto, che aveva ricevuto dal Signor Papa l’incarico di predicare nell’esercito di Cristo, un ruolo che egli rivestì per lungo tempo, celebrò il divino ufficio nelle chiese suburbane, suscitando con ciò la devozione di un gran numero di fedeli (Flores Historiarum, anno 1229).

Maestro Walter giunse a Gerusalemme evidentemente come cappellano dell’esercito imperiale, e una volta là si dedicò al lavoro pastorale. Così egli deve aver risieduto nella città. Le fonti indicano che egli fu affiancato da altri frati. Nel 1237 il provinciale di Terra Santa, fra Filippo, scrisse da Gerusalemme a papa Gregorio IX a riguardo di questioni ecclesiastiche in oriente. Tra le altre cose egli notò che il beato Giordano di Sassonia, l’immediato successore di san Domenico come maestro dell’Ordine, era morto in un naufragio al largo di Acri il 13 febbraio 1237. Egli era stato in visita alla nuova provincia.

Il missionario Ricoldo di Montecroce, OP (1243-1320), visitò Gerusalemme tra il 1288 e il 1289, e gli vennero mostrate le rovine del convento domenicano. Ahimè, le indicazioni che egli fornisce (tra il Duomo della Roccia e la moschea di al-Aqsa!) sono impossibili. Se egli poteva vedere il giardino e stava passando dal monte Sion attraverso la valle del Cedron, il luogo doveva essere molto vicino alla valle di Hinnom. Nel 1480 Felice Fabri op (1441-1502), situò il giardino domenicano ad Haceldama, dalla parte sud dell’Hinnom, e sognava di costruire là un convento. E’ piuttosto strano che i domenicani si fossero stabiliti in campagna piuttosto che all’interno della città murata.

La vulnerabilità del loro convento suggerisce che i domenicani siano morti con molti altri quando i Khwarizmiani saccheggiarono Gerusalemme nel 1244. Essi ritornarono, comunque, nel XIV secolo in circostanze poco chiare. Nel 1309 il sultano mamelucco al-Nazir Muhammad concesse ai francescani il diritto esclusivo di vivere nel Santo Sepolcro, ma nel 1323 Giacomo II di Aragona rescisse questo firman (decreto del sultano) in favore di 12 domenicani catalani. Essi lasciarono la chiesa dopo un anno, rammaricandosi delle intollerabili condizioni di vita. Risiedevano dunque in un altro luogo si recavano al Santo Sepolcro ogni giorno? Nel 1332-33 Roberto di Angiò, re di Napoli e Gerusalemme, diede al sultano 20.000 ducati d’oro per ottenere il ritorno dei francescani a ciò che avevano perso. A loro fu dato un monastero sul monte Sion con il diritto di officiare nel Santo Sepolcro, la grotta della Natività a Betlemme e alla Tomba della Vergine al Getsemani. Questo fu l’inizio della Custodia della Terra Santa che i Francescani hanno coraggiosamente mantenuto sin dal 1335.

ORIGINALE: INGLESE

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LA QUESTIONE DELLO SVILUPPO ALL’UNIVERSITÀ «ANGELICUM» DI ROMA - INTERVISTA AL RETTORE

ITALIA - In occasione della solenne inaugurazione dell’anno accademico 2007/2008, celebrata giovedì, 15 novembre 2007, la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino «Angelicum» ha festeggiato i 40 anni dell’Enciclica di Paolo VI «Populorum progressio Per l’occasione ZENIT ha intervistato padre Joseph Agius, O.P., Rettore dell’Angelicum, il quale ha analizzato il rapporto tra sviluppo e globalizzazione.

Perchè avete scelto come temi per inaugurare il nuovo anno accademico la questione dello sviluppo e la Populorum progressio?

Agius: La circostanza legata alla ricorrenza del 40° anniversario della Populorum Progressio e del 25° della Sollecitudo Rei Socialis, ci ha suggerito di rinnovare l’importanza di un tema su cui, fra l’altro, la redazione della nostra Rivista Scientifica «Angelicum» ha intenzione di pubblicare due numeri.

L’argomento specifico dello sviluppo è stato scelto dal relatore mons. Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e noi siamo stati ben lieti di accogliere questo tema di carattere sociale, attuale e proprio in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno accademico dell’ «Angelicum».

Sono passati 40 anni dalla Populorum Progressio eppure i problemi dello sviluppo sembrano gli stessi. La Comunità internazionale è ancora influenzata da un approccio neomalthusiano e utilizza fondi per piani di contraccezione e riduzione delle nascite piuttosto che per promuovere lo sviluppo integrale dell’umanità. Qual è il suo parere in proposito?

Agius: La ringrazio della domanda e anche per questo abbiamo interpellato mons. Crepaldi, proprio per parlarci dei problemi che sussistono in relazione allo sviluppo. Tutto naturalmente nella speranza che possa offrici un’idea per superare tali problemi.

Esiste una corrente culturale «no global» che si contrappone allo sviluppo. Qual è la posizione della Chiesa cattolica a proposito dello sviluppo?

Agius: Il fenomeno della globalizzazione è piuttosto complesso. Esiste una globalizzazione della produzione dei beni e servizi, una del commercio, una finanziaria, una dei mezzi di comunicazione ecc. La globalizzazione è una delle caratteristiche della nostra epoca: sia dei paesi sviluppati che di quelli emergenti e di quelli in via di sviluppo. Lo sviluppo, appunto. E’ la meta dei paesi del terzo e quarto mondo e non è possibile che la Chiesa sia contraria ad esso. Senza lo sviluppo non potremo mai raggiungere un soddisfacente livello di beni alimentari, di servizi, di educazione ecc. che rendono la vita di una persona umana degna di essere vissuta. Anche l’esercizio della religione è molto difficile sotto un certo livello di sviluppo individuale e comunitario.

La spinta che spesso muove i movimenti no-global è la paura che la globalizzazione non continui ad avanzare in modo selvaggio, a spese di tante persone e di tanti popoli. Anche la Chiesa è molto sensibile a questo aspetto dello sviluppo e con la sua opera educativa e culturale contribuisce alla realizzazione di un nuovo ordine mondiale giusto, tendente anche alla globalizzazione della pace e della giustizia.

Negli ultimi decenni, l’Angelicum, come altre università pontificie, ha risentito di una crisi di iscrizioni. Qual è la situazione e come pensate di incentivare le adesioni ai progetti formativi del vostro ateneo?

Agius: Una crisi non direi proprio, il numero degli studenti è abbastanza buono. Sono 1200, provenienti da 95 paesi diversi. Fino a qualche anno fa il numero aumentava quasi tutti gli anni e in questi ultimi tempi abbiamo avuto una certa stabilità di numero di iscritti presso la nostra Università. Naturalmente ci piacerebbe avere più studenti, e dei nuovi progetti in fase di formulazione e approvazione sicuramente ne potranno attirare altri.

15 novembre 2007 - ZENIT.org

ORIGINALE: ITALIANO

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PREDICARE LA GIUSTIZIA

… Con il titolo squillante di Predicare la Giustizia: Contributi domenicani all’etica sociale nel XX secolo, (Preaching Justice: Dominican. Contributions to Social Ethics in the 20th Century) un libro da poco edito dalle Dominican Publications (Dublino, Irlanda) è stato presentato a Roma settimana scorsa presso l’Università dell’Ordine dei Predicatori di San Tommaso in Urbe, più comunemente conosciuta come «l’Angelicum». Sr. Helen Alford OP, una suora londinese che è decano della facoltà di scienze sociali e fra Francesco Compagnoni OP, teologo moralista e precedente decano, hanno redatto questa emozionante e ispirata «storia», lunga 500 pagine, dei domenicani che hanno dato il proprio contributo all’insegnamento sociale cattolico in varie parti del mondo. La cerimonia di presentazione del libro settimana scorsa prevedeva un discorso chiave pronunciato da fra Wojciech Giertych OP, un altro ex londinese (di nascita polacca) che attualmente è teologo della Santa Sede. C’è stata anche una specie di discussione pubblica a cui hanno partecipato: l’ambasciatore britannico della Santa Sede, Francis Campbell; il capo dell’ufficio dei Gesuiti per la Giustizia Sociale, fra Fernando Franco SJ; un domenicano americano che ha collaborato al libro, sr. Ruth Caspar OP; un economista del Movimento dei Focolari, prof. Luigino Bruni; e – come recitava il programma – il corrispondente di Roma del giornale The Tablet. E’ stata una speciale opportunità per rimanere «sorpresi» e imparare come sia stato influente (anche se silenziosamente) l’ordine domenicano nel promuovere l’etica sociale in diverse parti del mondo – specialmente in Europa, Sud Africa e nelle Americhe.

Robert Mickens
Letter from Rome - The tablet, 15 Dicembre 2007, p. 33.

ORIGINALE: INGLESE

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NEL SILENZIO DELLA CLAUSURA PER L’EFFICACIA DELLA PAROLA
A 800 ANNI DALLA FONDAZIONE DEL PRIMO MONASTERO DOMENICANO

ITALIA - Il tempo in cui suor Petra Giordano ha vissuto è il nostro, ma ben differente è il contesto e il carisma personale che non può essere trasportato tale e quale nella nostra vita. Ma il dinamismo spirituale che l’ha accompagnata può illuminarci molto e stimolarci di fronte ai bisogni attuali del mondo e della Chiesa.

Dinamismo il cui segreto non è sfuggito a coloro con i quali lei è vissuta e che anche noi possiamo cogliere in queste note che ha vergato di suo pugno. Suor Petra appartiene a quella lunga e luminosa schiera di donne attraverso le quali Dio rivela la sua misericordia e la sua bellezza.

In un tempo – il nostro – che è segnato da una crescente indifferenza religiosa, non è senza importanza contemplare il modo con cui Dio stesso, attraendola a Sé con il fascino della sua Bellezza - come lei stessa confida - ha fatto appello a Suor Petra, per fare brillare la luce e la potenza del suo amore.

Entrata nella vita religiosa con un bagaglio carico di vitalità, ma calibrato da sempre rinnovate esperienze, nonostante la malferma salute, è protesa, specialmente in qualità di superiora, unicamente verso il bene altrui, con una venatura di ricchezza interiore che non è solo frutto di sana psicologia, ma dono di cordiale simpatia.

Suor Petra non rinuncia mai, pertanto, al primato dell’offerta di sé, ma già da questo continuo «esercizio» ci mostra la vanità di ogni altro fine di vita per lei che è sorretta dalla coscienza dei valori che solo il cristianesimo ha ordinato alla salvezza dell’uomo.

Anche ad una lettura distratta non può sfuggire il messaggio spirituale dell’assoluto di Dio che in queste pagine ella «racconta» con la sua vita, ed è certo il varco che, in modo dirompente, quel messaggio si procura nell’inquieta coscienza dell’uomo contemporaneo che non riesce più a ritrovare le proprie radici spirituali.

In realtà, più che una ripetuta sequela di considerazioni simili tra loro, accompagnate da uguali, brevi aspirazioni, con i suoi scritti, suor Petra solleva da sé il velo per mostrarci chiaramente il meraviglioso mondo interiore della sua anima prediletta che animata da profonda religiosità si nutre di alimenti tratti dal dato biblico e dalla tradizione domenicana.

La bellezza della scorrevole esposizione consiste nella semplicità e stringatezza; la sua dottrina ed eloquenza nella purezza. La semplicità – è il caso di dirlo – si sposa bene con la ricchezza dottrinale. Quest’ultima si accompagna alla chiarezza senza cedimenti di sorta in sentimentalismi, che anzi la decisa fermezza, che ha caratterizzato la sua vita spirituale, traspare anche nello scrivere.

Ragioni di dolorosa intimità, rigate di pianto, contrappunte di gemiti di un cuore sempre anelante, mai soddisfatto, coesistono con le motivazioni della fede più schietta congiunte all’equilibrio dell’abbandono più pieno nel proprio Dio.

In effetti tutta la vita di suor Petra, il suo comportamento, questo continuo «dialogo con Dio» che ci confida nei suoi scritti, testimoniano una viva intelligenza che l’amore rende luminosa ed eloquente.

Non si esita ad affermare di trovarci dinanzi ad una persona che è in possesso, nell’intimo, di una donazione soprannaturale di luce e di sapienza che non è stata vana, ma ha prodotto i suoi frutti.

Ci viene spontaneo ascrivere alla lunga vita claustrale – ben