Una Visita In Pakistan

29 February 2008
PAKISTAN: ieri si sono svolte le elezioni politiche con un’affluenza del 40% circa dei votanti. Il tutto si è svolto in un clima di significativa violenza, purtroppo. Sembra che il partito del Presidente Musharraf sia stato battuto dall’opposizione. In Pakistan ci sono molte comunità domenicane di suore e frati. Il DSI ha posto qualche domanda a Suor Viviana Ballarin, OP, Superiora delle Domenicane di Santa Caterina da Siena, che hanno ben 13 comunità nel paese.

Sr Viviana ha trascorso diverse settimane in Pakistan nel periodo di Natale. Ha visitato le comunità della sua congregazione e ha assistito ai violenti avvenimenti che hanno colpito il paese. Le abbiamo chiesto come è stata la sua esperienza:
“Sono arrivata il 16 dicembre, quando iniziava la novena di Natale e sono ripartita il giorno del Battesimo di Gesù, è anche simbolica l’esperienza che ho fatto, tutto il periodo di Natale, vivere l’incarnazione di Cristo lì in Pakistan è stata un’esperienza molto particolare, diversa da quella nostra occidentale, e per me è stata un’esperienza molto forte. Il nostro essere cristiane, il nostro essere domenicane trova proprio la sua radice nel mistero dell’incarnazione del Verbo… da ricco che era si è fatto povero per farci ricchi. “Una luce risplende nelle tenebre”, pur essendo rifiutata dalle tenebre illumina le tenebre. Il nostro compito come cristiane e domenicane è di diffondere la luce ovunque. Se pensiamo a paesi come il Pakistan o l’Afganistan sembra quasi impossibile, invece quando sei li vedi come il progetto di Dio va avanti, che è quello di illuminare ogni persona sulla terra.
Parlaci un po’ della situazione politica che hai trovato?
Le tensioni erano iniziate in coincidenza del ritorno dei due ex primi ministri in esilio, Benazir Bhutto e Nawaz Sharif. Sono iniziate contestazioni e attentati: appena Benazir ha messo piede in Pakistan c’è stato un violento attentato; il presidente ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale, con uno stato di tensione anche internazionale.  Io sono arrivata in Pakistan che questa tensione già si sentiva. Benazir era una donna forte, coraggiosa, con idee aperte; costituiva una speranza per tutto il paese. Il popolo Pakistano è un popolo buono, che vuole la pace, che vuole lavorare, che vuole libertà e progresso. Vedeva in questa donna una possibilità per sviluppare all’interno del paese un’area moderata al governo. Invece il 27 è stata uccisa a Rawalpindi mentre faceva un comizio; quello che ho sentito è che ha gettato nel silenzio tutto il Pakistan. Le città più infuocate del paese dove è più facile che avvengano attentati sono Lahore, Islamabad, Rawalpindi, Peshawar, Karachi. Io mi trovavo a Faisalabad, una città industriale ma più tranquilla da quel punto di vista. Ho sentito dire che in Occidente vedevate come se stesse per scoppiare una guerra civile, ma la percezione che ho avuto io è, invece, che il paese era caduto nel silenzio e nel buio, come se avesse fatto un passo indietro: era come se la speranza che si stava alimentando è stata come spezzata con l’uccisione di questa donna. Come per dire “per noi non c’è più speranza”, non vedevano altre persone che potevano continuare la sua opera. Nel suo discorso politico non compariva Maometto, Allah e Islam, ma c’era la difesa e la promessa dei diritti umani e tutto ciò che ad essi è collegato.

Quante comunità avete in Pakistan?
Ne abbiamo 13, è una Provincia già da quattro anni e sono andata giù proprio per partecipare al secondo capitolo provinciale come priora, ma non ho presieduto il capitolo, sono le sorelle che hanno preparato e fatto tutto. Io ero presente solo per accomunare e per sostenere. Ho parlato con tutte le suore, sono tutte pakistane tranne quattro italiane che sono lì da 50 anni, dicono infatti che vogliono morire li. La realtà della provincia è totalmente pakistana, le priore e le responsabilità anche. Abbiamo una settantina di suore, 11 juniores, 8 novizie e 5 postulanti. È una realtà fiorente nel senso della vita domenicana.

Come il contesto politico influenza la missione delle Domenicane in questo paese?
La situazione dei cristiani e quindi anche dei cattolici è che sono una schiacciante minoranza, quindi è una realtà un po’ chiusa anche perché sono quelli più poveri, meno apprezzati, che fanno reale fatica ad avere uno spazio nella società islamica, si ha un po’ l’impressione come se fossero in una situazione di ghetto, facendo fatica a vivere con gli stessi diritti dei cittadini pakistani. Alcune suore durante il capitolo ripetevano questa frase “ci sentiamo e viviamo come stranieri nel nostro paese, perché siamo cristiani. Ci sentiamo anche trattati come stranieri, però dobbiamo lottare questa sensazione perché è dannosa, noi siamo pakistane, dobbiamo rafforzare la nostra dimensione cristiana religiosa ma come pakistane e non come straniere.” Non esiste una persecuzione vera e propria ma si convive con una pressione continua che può sfociare in persecuzione. Fino a pochi anni durante le elezioni c’erano le liste separate. Il vescovo di Faisalabad mi diceva che per fortuna dal 2002-2003 hanno unificato le liste, molti cristiani però non vanno lo stesso a votare perché sono scoraggiati, si sentono minoranza e questo è un fattore negativo. In questo contesto credo il ruolo della Chiesa è quello di promuovere e far conoscere i diritti umani: il diritto alla giustizia e alla libertà.

L’educazione assume un ruolo molto importante: per esempio le nostre 13 comunità sono impegnate nella direzione di 15 scuole. A Quetta dirigono due scuole col sistema inglese (che convive col sistema urdo), in totale sono circa 4000 studenti. La maggior parte degli studenti sono musulmani, i genitori amano mandare i propri figli alle scuole delle missioni, (le chiamano così e non delle suore). Sono convinti che riceveranno una buona educazione. Questo per noi è importante perché ci aiuta a stimolare i cristiani a mandare i figli in queste scuole. Quindi le nostre sono scuole miste, dove i cristiani sono sia protestanti sia cattolici. Possiamo definirle delle scuole ecumeniche e interreligiose. L’educazione rimane il grande compito della Chiesa pakistana: i cristiani si rendono conto che solo elevando la loro cultura potranno essere più apprezzati dai loro fratelli musulmani e avere voce. È una grande sfida e una grande fatica. Ho incontrato uno studente cristiano che studia a Quetta e gli chiedevo se c’era discriminazione, lui mi risponde: “No, ma se io voglio passare un esame devo studiare il triplo di un mio collega musulmano”. Questo è ciò che avviene a livello strutturale; nei villaggi è diverso, la gente sta più insieme. Noi identifichiamo il musulmano come cattivo perché alla televisione ci fanno vedere solo alcune scene, ma in genere il popolo pakistano è buono. Le suore raccontano tante storie di solidarietà tra cristiani e musulmani.

Come ti ha cambiato questo viaggio? Cosa ti sei portata con te al ritorno?
Non riesco più a contare le volte che ci sono stata, ma ogni volta ho una sensazione dentro: il grande amore per le nostre sorelle perché vedo, sento cosa significa per loro essere cristiane, l’avere il coraggio della fedeltà. Quest’anno mi hanno colpito tanto i nostri cristiani poveri che pregano durante le celebrazioni di Natale, non hanno molto, ma si affidano all’amore di Cristo. Io sarei rimasta là, nonostante da qui mi dicevano “torna, torna” che è pericoloso.

Un’altra cosa che mi sono portata è una riflessione su cosa significa oggi la Luce di Cristo, quella luce che è stata rifiutata ma che doveva illuminare le tenebre. Il nostro ruolo come Chiesa e come Domenicane è di essere questa Luce. Mi sono portata via questa nostalgia di essere cristiani veri, nel senso che vivono l’essenziale del Cristianesimo. Che non significa andare a messa tutti i giorni o rispettare tante regole. Talvolta le regole soffocano il cristianesimo. Ma essere fedeli all’incontro col Cristo che ha cambiato tutta la nostra vita, così si può anche vivere in un contesto come quello del Pakistan, dove non c’è molto spazio.